?

Log in

No account? Create an account
vediamo... cosa c'è qui?
rowen12

Ciao a tutti
sono Rowen (Melina su EFP), lavoro come grafica in una casa editrice, porto il 37 di scarpe, amo la musica, l'ordine negli armadi, il pinzimonio, le riviste di arredamento, i telefilm, il platano che si vede dalla finestra del dottor John Watson, la pantofola persiana di Sherlock Holmes e le monografie sulle impronte dei pneumatici.
Detesto il formaggio, le fanfiction clichè, i lunapark, i film dell'orrore, le persone ritardatarie, il freddo umido e gli incroci senza semaforo.

Questo LJ è un tentativo giusto per fare capire a me stessa se sono capace di tenere un LJ XD vorrei pubblicare qui soprattutto le traduzioni delle mie fanfiction slash preferite. Troverete principalmente fic Spock/McCoy (Star Trek TOS) e Holmes/Watson (Sherlock Holmes), ma se dovessi farmi predere da altre coppie probabilmente la lista si allungherà ^^



___________________________________________


[03-01-2012] Il primo di questo mese è andata in onda la prima puntata della seconda serie di Sherlock BBC. "A Scandal in Belgravia" ovviamente parafrasando il titolo canon "A Scandal in Bohemia". Starring Irene Adler XD evviva ._. la visione mi ha talmente sconvolta che ho scritto un mezzo trattato slash XD che cerca di riassumere lo stato emotivamente alterato in cui mi hanno gettato i chili di subtext che praticamente qui si decodifica da solo XD
Se vi va di farvi del male leggete di seguito...

Review: BBC Sherlock 2x01 A Scandal in Belgravia


___________________________________________



[07-09-2011] Recentemente ho avuto la velleità di scrivere delle piccole oneshot sulla mitica interpretazione moderna dei personaggi di Holmes e Watson fatta da Steven Moffat e Mark Gatiss per BBC1. "Sherlock" è GE-NI-A-LE e quanto segue è il mio breve tentativo di rendere omaggio ai nuovi John e Sherlock.

Fanfiction originali di Rowen
BBC SHERLOCK/JOHN

Not that John Watson [PG, pre-slash]

Coffee is not my cup of tea [PG]

[18-12-2013] Aggiorno la mia pseudo-produzione di Fanfiction con questa long fic canon, non ha pretese proprio come tutte le altre, mi sono solo divertita a scriverla e... mi ci voleva veramente

CANON HOLMES/WATSON

Have a cream tea on me [NC17]



___________________________________________


Traduzioni da katieforsythe (grazie Katie *.*)
HOLMES/WATSON

The Violet Elephant [PG]

An April's Journey [NC-17]

The Three Favours [PG]

Softly and suddenly [NC-17]


___________________________________________

Traduzioni da Berlyn Wohl (che purtroppo non ha più un sito internet...)
SPOCK/McCOY

Almost Too Great A Distance To  Cross [PG-13]

The Distance Between The End Of Fear And The Beginning Of Love [NC-17]

Closing The Distance [NC-17]


HAVE A CREAM TEA ON ME [Capitolo 1]
rowen12

1.

Avevo dormito poco la notte passata, poco quella prima e pochissimo quella prima ancora, e la causa era come sempre Sherlock Holmes.
Lui era probabile non avesse chiuso occhio neanche per un istante negli ultimi quattro giorni e, se per una o due notti potevo ritenere la sua insonnia nella norma, adesso stava iniziando ad essere troppo. L'avevo sentito passeggiare per il salottino continuamente, come fa quando è sul punto di arrivare alla soluzione di un crimine o come quando attende febbrilmente lo sviluppo chiave che lo farà arrivare al dunque.
Ma non era questo il caso. Non avevamo casi. Non attendevamo sviluppi. Non dovevamo arrivare al dunque di niente.
Questo significava di solito un'unica cosa.
Non avevo mai sperato di riuscire a distogliere completamente Holmes dalla convinzione che i narcotici avessero il potere di distrarlo dalla sua noia, sebbene nell'arco della nostra lunga e intima collaborazione ci sia andato vicino più di una volta. Non ero invece mai stato così tanto vicino dal vederlo distruggersi – corpo e mente – con la sua dannata morfina.
Il mio sonno era stato intermittente e scomodo, simile alle notti passate in Afghanistan ma senza che a tenermi sveglio fosse l'attesa di un paziente da salvare, questa era un'attesa diversa e ancor peggiore; era la mia disperata attesa di Holmes. Volevo più di ogni altra cosa che mi parlasse, che mi venisse a dire che aveva bisogno di un caso per distrarsi, che aveva bisogno di una passeggiata nel parco sotto la pioggia, che aveva bisogno della mia compagnia o della mia assistenza medica. Preferivo che mi chiedesse di iniettargli la sua prossima dose di morfina piuttosto che sentire i suoi passi fuori dalla porta della camera, tutti uguali, austeri, testardi.
E se gli rivolgevo la parola non fiatava. Una volta o due mi aveva risposto liquidandomi a male parole, sbattendo la porta e instillando in me l'impellente necessità di prenderlo per un braccio e gridargli in faccia quello che pensavo di lui e della sua maledetta droga.
La maggior parte del tempo, però - naturalmente – la passavo a preoccuparmi per lui.
«Holmes, hai già letto il Times questa mattina?» gli domandai timidamente. Ero stanco e lui avrebbe dovuto capirlo, mi rifiutavo di credere che non sapesse della mia insonnia: era poco probabile, e che non sapesse che ne soffrivo per colpa sua lo era ancora meno.
«No» mi disse asciutto, anche se la sua voce mi giunse flebile perché non aveva levato lo sguardo dalle tende del bowindow.
Rimasi qualche istante in silenzio. «C'è questo articolo di critica musicale che dovrebbe interessarti, è a proposito di Sarasate, quel violinista spagnolo che abbiamo...»
«So perfettamente chi sia Sarasate. Ho letto quell'articolo. Lo trovo pessimo» fece una pausa sdegnosa «Se ci tenesse come sostiene ad essere considerato il miglior violinista del nostro secolo non dovrebbe mai rifiutare un concerto»
«Pensavo che non avessi letto il giornale»
«Infatti. È così»
«Vuoi dire che non lo hai letto per intero, ma che hai letto solo questo articolo in particolare?» soffocai un sorriso perché si era girato a guardarmi. Era tipico di Holmes un cavillo del genere, e in condizioni normali, con otto ore di sonno alle spalle, ci avrei messo la metà del tempo a individuarlo.
«Oh sciocchezze Watson. Sei diventato matto? Ho letto anche la prima pagina di cronaca nera e i necrologi naturalmente. Sì, la mia risposta di prima era riferita al fatto che non lo avessi sfogliato per intero» fece una pausa nella quale sogghignò con un sospiro «sei arrugginito, una volta non mi avresti lasciato portare a termine questo giochetto».
Aveva ragione ovviamente, ma non avevo nessuna voglia di sollevare l'argomento insonnia dato che sapevo a cosa avrebbe portato «Devo dedurre che non ritieni Sarasate il miglior violinista del diciannovesimo secolo?» lo incalzai. Holmes tornò a stringere gli occhi con concentrazione.
«Solo un sordo o uno sciocco non lo riterrebbe il migliore» rispose con serietà e con quel suo sguardo pungente e fiero «nondimeno giudico il suo comportamento sconsiderato. Qualunque musicista che con le sue motivazioni si rifiuti di eseguire la sinfonia di un compositore non dovrebbe essere degno di entrare negli annali della musica» tagliò corto.
«Ma qui leggo che Brahms non se n'è dato pena» dissi didascalico.
«Brahms è un genio, i geni si danno pena per tutto» fece Holmes rapido.
«E Sarasate allora?»
«Ha rifiutato di fare il suo mestiere, non ha scuse» disse altrettanto rapidamente, ma ero abituato alla sua rapidità e anche al suo concetto di giustizia, che era personale fino a sconfinare nella prevaricazione o nell'egoismo. Quasi sempre era il suo modo di sfogare una superbia che giudicava inappropriata o futile.
In quel momento capii un punto fondamentale del carattere di Sherlock Holmes, forse l'idea che stava alla base di ogni suo comportamento o ragionamento.
La giustizia di Holmes non rispondeva affatto alla sua logica, rispondeva solo alla sua disciplina.
«Sarasate ha peccato di vanità non suonando il concerto in Re Maggiore, e il pubblico ne soffrirà»
«Non credi che in questo caso il pubblico sia meno importante?» e lo pensavo veramente, troppe volte avevo visto il mio amico respingere casi che lo avrebbero reso immortale.
«Il pubblico si trova in cima ai pensieri di ogni artista, un primo violino del calibro di Sarasate non può permettersi simili capricci, fine della discussione»
«Tu non avresti rifiutato?» insinuai.
«Io non sono un concertista, sono un investigatore e mi permetto di rifiutare solo offerte attinenti al mio campo. Watson questo è un altro discorso»
L'avevo indisposto. O era stato Pablo de Sarasate a farlo, o la pioggerellina di fine estate, non avrei saputo dirlo a quel punto.
«È proprio quello che ha fatto lui, Holmes» continuai, la mia curiosità su questo lato della personalità del mio amico era insaziabile. Ero al corrente di quanto intimamente lo toccassero alcune questioni, e quelle legate alla critica musicale svettavano spesso ai primi posti delle cause per le sue indignazioni più leggendarie.
«Stiamo parlando di musica o di investigazione? Perché ti assicuro che in nessuna delle due eventualità ne usciresti vivo» sibilò.
Ecco fatto. Adesso stavamo parlando di lui non più di un musicista o di un compositore geniale. Di Sherlock Holmes, l'unico e solo consulente investigativo al mondo, il miglior segugio di criminali, il più raffinato conversatore e il punto focale di entrambe le nostre esistenze.
«Brahms ha ricercato l'equilibrio tra solista e orchestra ignorando totalmente la tradizionale contrapposizione di questi. È un'innovazione che a un virtuoso dà senz'altro fastidio. Su questo Sarasate ha ragione» continuò con più leggerezza.
«Pensavo che lo disapprovassi» dissi freddamente.
Holmes mi guardò con meraviglia e con quel distacco di professionalità e affetto che usava nei miei riguardi prima di capire di essere innamorato di me «Lo disapprovo, Watson. Ma gli do ragione».
Per un istante considerai di lasciare perdere ogni cosa e baciarlo così forte da estirpare i nostri pensieri e respiri insieme e in una volta sola, ma Holmes non era in sé, non aveva dormito e aveva assunto tanta droga da lasciarmi senza fiato per essere riuscito non solo a formulare un concetto di senso compiuto, ma persino uno tale da avermi fatto concepire l'idea di far cadere la conversazione in favore di un incontro carnale.
«Watson, forse è il caso che tu ti vada a stendere un poco» disse distogliendo lo sguardo, non avrei saputo stabilire se avesse letto le mie intenzioni dai miei movimenti o se lo avesse fatto dall'occhiata che gli avevo appena rivolto, cionondimeno era quello che succedeva sempre, ed era successo anche ora.
«Non riuscirei comunque a prendere sonno, sono le tre del pomeriggio» risposi sospirando.
Rimanemmo in silenzio per un po'. Holmes aveva preso in mano il Times in cerca probabilmente dell'articolo su Sarasate, forse voleva appurare di aver avuto ragione sin dall'inizio e di lì a poco me lo avrebbe di certo ribadito baldanzosamente. Ma non importava, o meglio, era esattamente quello che importasse. Se mai avessi riportato questa nostra discussione in uno dei miei racconti avrei voluto scrivere che Holmes aveva sempre saputo di avere ragione. Che la morfina non era capace di intaccare la sua logica e che la musica ne aveva avuto il merito perché la musica è uno dei suoi molti territori in cui avere ragione. La scrittura, invece è il mio unico. Scrivo per lui. E so che a volte è come se scrivessi per Holmes perché non so suonare.
Guardai il mio amico scorrere con gli occhi le righe di fitta stampa del Times, se fossi rientrato in quel momento e non avessi passato con lui un'intera settimana infernale avrei benissimo potuto dire che tutto era come di consueto. Io seduto in poltrona con la pagina sportiva e Holmes in vestaglia e pantofole a scrutare i dettagli dell'articolo che aveva attirato la sua attenzione. Chiusi gli occhi per un attimo, ascoltando il rumore delle pagine voltate da Holmes. Ero così stanco che la cosa servì davvero a calmarmi.
«Lui ha detto che la parte del violino era oscurata da quella dell'oboe e che se non avesse potuto essere il protagonista del concerto non avrebbe suonato affatto» dissi piano, riaprendo gli occhi; e subito desiderai di essere stato zitto perché Holmes capì.
Amavo vederlo così. Amavo quella scintilla; l'amavo anche se era solamente parte della furia che si sarebbe scatenata di lì a poco. Contro di me.
«Non ti ho mai chiesto di essere il protagonista delle tue memorie» mi rispose tagliente. La sua voce era un sussurro doloroso e anaffettivo, come se non si stesse rivolgendo a me. Non avrebbe mai sollevato la questione in un altro momento e le possibilità per cui invece lo aveva fatto erano soltanto due.
Holmes mi voleva ferire deliberatamente, e per questo era pronto a mentire a entrambi, uno. Oppure non aveva intenzione di mentire affatto, rimettendoci il suo autocontrollo.
«Non intendevo questo e lo sai» dissi dolcemente. Non potevo permettere che perdesse la sua disciplina, non ora.
«Dovrebbe importarmi? Non mi importa se scrivi per arricchirti, se scrivi per celebrare le mie imprese o se lo fai per legare i nostri nomi...»
Due colpi alla nostra porta interruppero lo sfogo di Holmes e la Signora Hudson entrò con un telegramma per il mio amico.
Lui lo prese dal vassoio d'argento della nostra padrona di casa senza rivolgerle neanche uno sguardo e lasciando che sgattaiolasse via mortificata. Non ebbi la forza morale di dire niente né a lei né a lui. Rimasi seduto attendendo una spiegazione da Holmes almeno sul contenuto del telegramma se non sulle sue parole di poco prima.
«È di mio fratello» disse asciutto, lanciandomi la piccola busta gialla.
Lessi rapidamente.
Caso per te. Affari interni. Qui fra un'ora. MH
«Intendi andare da lui?» chiesi preoccupato. Era sotto l'effetto della morfina per cui non era in grado di occuparsi di nessun caso, e l'ultima cosa che avrebbe dovuto fare nelle sue condizioni era tentare soluzioni diplomatiche.
«Non ha senso ignorare un caso proposto da mio fratello, ne scova sempre di estremamente interessanti» disse Holmes già euforico.
L'euforia del mio amico rendeva il mio compito ancora più difficile, perché sapevo di che caso si trattasse, avevo sperato che ne fosse a conoscenza solo l'ispettore Lestrade e mi resi conto in quel momento di quanto fossi stato stupido a sperarlo.
Non potevo dire a Holmes che la droga gli avrebbe impedito di lavorare, non potevo dirgli che la sua mente e il suo corpo non avrebbero retto la pressione psicologica di un caso complesso come quello, non potevo dirgli queste cose perché l'avrebbero distrutto.
Ma se io meritavo da lui una spiegazione per le sue insinuazioni era certo che Holmes ne meritasse una da me.
«Credo di conoscere già il caso di cui ti vuole parlare Mycroft» dissi. Holmes sgranò gli occhi con incredulità, erano profondi e penetranti e dovetti fare uno sforzo immane su me stesso per non cedervi.
«Lestrade mi ha convocato nel suo ufficio ieri» non ebbi bisogno di guardarlo per sapere che mi fissava con tutta la sua attenzione «mi ha parlato di uno scandalo a livello nazionale e ha chiesto il tuo supporto professionale, Holmes» terminai con incertezza.
«Dimmi che non hai rifiutato senza mettermene a parte» scandì lentamente, e con una voce che mi costrinse ad alzare gli occhi su di lui «dimmi che non è quello che hai fatto».
Chiusi gli occhi e mi portai le mani alla bocca «Ragiona, ti prego».
«Da quando in qua ti permetto di parlare anche per mio conto?» sibilò infuriato.
«Non mi sarei mai permesso di parlare in tua vece se non fossi stato sicuro di fare bene» risposi deciso. Non volevo che dubitasse di questo punto.
«Sai perfettamente che ho bisogno del mio lavoro quanto ho bisogno di respirare o di pensare» disse severo.
«Non quando ne va della tua salute, sono il tuo medico Holmes e tu devi ascoltarmi» sbottai «se adesso andassimo nel Devonshire cosa ti fa credere che staresti meglio?» insistetti con rabbia.
«Non si tratta di stare meglio o peggio, Watson non capisci? Non si tratta di me, si tratta di aiutare un cliente!» gridò lui con veemenza e la sua tipica dose di fatalismo.
«Ah si tratta del tuo pubblico Holmes?» dissi asciutto, avrei voluto pregarlo di ascoltarmi e non ero capace di ferirlo quanto lui sapeva ferire me, ma quello che dissi sembrò colpirlo.
Si calmò.
«Sì, il mio pubblico. Scrivilo nel tuo libro se ti va» e con questo scomparve nella sua camera per alcuni minuti, lasciandomi in piedi, solo e scosso nel soggiorno.
Quando riemerse - vestito di tutto punto, alto, distinto ma sempre con l'aria di chi necessita disperatamente di qualche ora di sonno – mi squadrò dall'alto in basso, e la mia vista deve essergli stata pietosa perché per un attimo pensai che avrebbe lasciato cadere cappello e bastone e che mi avrebbe tenuto stretto a sé fino a che non avessimo perduto il treno per Newton Abbott.
Non fece nulla di tutto ciò, come prevedibile, ma poggiò la sua mano dolcemente sulla mia. «No, dottore, non siamo ancora diretti in stazione» disse con altrettanta dolcezza, leggendo di nuovo nella mia mente «mio fratello ci aspetta al Diogenes Club e siamo già in ritardo».
«Pensavo che ci incontrassimo con Lestrade direttamente sul posto» dissi stupito e oltremondo preoccupato dal suo repentino cambio d'umore.
«Stiamo lavorando per Mycroft dal momento che hai declinato il gentile invito dell'ispettore» e in questa frase mise tutta la durezza che aveva evitato in quelle prima.
Non mi lasciò replicare e alzò una mano imperiosa ponendola davanti alle mie labbra, profumava del suo olio per capelli al rosmarino.
«Dopo, dottore» ordinò «raccogli ciò che ti serve, la carrozza ci aspetta e dobbiamo sbrigarci perché mio fratello odia essere interrotto mentre prende il tè».
Feci quello che mi aveva detto. Feci come facevo sempre e senza fiatare, perché seguire Holmes ed eseguire quello che mi chiede è una scelta che mi è talmente facile da farmi spesso dimenticare che si tratta pur sempre di una scelta.
Il viaggio in carrozza trascorse in silenzio per la maggior parte, solo una volta – all'altezza di Warren Street – Holmes aprì bocca.
«Che cosa ti ha detto Lestrade?»

«Solo che c'è di mezzo una madre e un figlio nel Devonshire, non ho voluto sapere altro dal momento che non avremmo accettato di occuparcene» dissi lanciando un'occhiata obliqua a Holmes, lui non vi rispose e rimase pensieroso per alcuni minuti. Non sembrava arrabbiato, ma l'esperienza mi aveva insegnato che Sherlock Holmes è capacissimo di nascondere i suoi stati d'animo se necessario, anche se adesso non capivo perché per lui lo fosse.
«Non mentire, dubito che avresti escluso un caso a priori senza prima averne avuti chiari i dettagli. Non credere che non sappia quanto ti sia costato» disse piano.
Era la prima frase comprensiva che gli sentivo pronunciare da giorni, temevo in questa un secondo fine ma in quel momento non mi importò.
«Lestrade mi ha detto ogni cosa» dissi, cadendo ad occhi aperti nella sua trappola.
«Oh allora forse avremmo potuto risparmiarci il viaggio Watson. Dopo tutto sembri essere in grado di illustrarmi il caso tu stesso senza che ci sia bisogno di scomodare mio fratello!» sbottò aspramente.
«Holmes sono preoccupato per te...»
«O forse quando hai escluso che me ne sarei occupato hai anche già chiarito lo svolgersi dei fatti al caro Ispettore?!» terminò brusco.
La rabbia con la quale articolò quest'ultima frase mi gelò il sangue. Non era Holmes a parlare.
A quel punto avrei voluto possedere la forza fisica per trascinarlo a casa, e la forza mentale per convincerlo a non muoversi dal letto fino a che non fosse tornato in sé. Invece ero debole. Più di lui. Ero sempre più debole di lui, e gli rimasi seduto accanto mentre la carrozza si accostava al marciapiede del Club di Mycroft Holmes e la pioggia smetteva lentamente di cadere; come se fosse già autunno.


H/W [traduzione] Softly and Suddenly - parte 2
rowen12
PARTE 2

Rimasi in piedi davanti alla sua porta per tre minuti, in un'agonia di indecisione.

Seguendo un improvviso slancio di coraggio, mi convinsi ad avvicinarmi alla mia vecchia porta e a suonare il campanello.
La signora Hudson parve del tutto deliziata di vedermi e mi spedì direttamente di sopra nel nostro vecchio salotto.
Quando aprii la porta potei letteralmente annusare la sua presenza. Era un misto di tabacco e mandorla, lievemente accompagnati da muschio e da una ancor più lieve fragranza di cedro, di pulizia immacolata in mezzo al più totale disordine e con un vago sentore di pece da violino.
Un voluttuoso e languido suono provenne dal divano per raggiungere le mie orecchie.
Holmes sembrava non stare facendo niente di particolare, stava solo riposando, forse dormendo, senza avere in mano un libro o un telegramma, né la sua pipa o il suo violino. In effetti Sherlock Holmes sembrava essere interamente occupato a fissare il muro. Poi un brivido mi percorse quando vidi il suo revolver sul pavimento accanto a lui. Cosa possa avermi spaventato non so immaginarlo, non conoscevo ancora ciò da cui stava scappando, ma qualcosa mi spaventò; le abitudini del mio amico in merito alle armi da fuoco sono sempre state strane. Confonde i fori degli spari con delle decorazioni d'arredo e le rivoltelle con i fermacarte.
Gli occhi di Holmes rimasero persi in qualche luogo lontano ancora un po', e poi guardarono verso di me curiosi quando mi inclinai per appoggiare le mani allo schienale del divano.
«Cosa diavolo ci fai qui?» chiese la sua cadenzata voce tenorile. Non stava dormendo. Sia la sua voce che la brillantezza delle sue iridi color dell'acciaio me ne davano nozione.
«È stato molto piacevole vederti ieri» confessai «ho paura che ti volessi vedere di nuovo. E mia moglie mi ha chiesto di invitarti a cena».
Holmes arricciò le labbra nella mia direzione per un istante, perplesso. Poi concesse al suo viso affilato di cadere di nuovo verso il bow window. Allungando una mano per raccogliere una sigaretta, che per qualche ragione si trovava sul tappeto in un mucchietto con diverse altre sia spente che no insieme alla piccola e lucida pistola, la accese con un fiammifero che proveniva dal taschino del suo gilet. Applicando i metodi del mio amico potei determinare che si trovava lì da un minimo di due ore e che non stava progettando nulla almeno dallo stesso lasso di tempo.
Non aveva chiaramente nessun cliente in programma né altri casi in corso. Eppure non c'era calore sul suo viso a darmi il benvenuto. Sapevo che era molto sorpreso di vedermi in Baker Street, e che per questo stava misurando accuratamente le parole.
Io stesso ero decisamente stupito dalla mia sfrontatezza. Ma lui non sembrava contento e questo mi disturbò. Mi dava la nausea pensare che il giorno passato con me forse gli avesse ricordato alcuni miei difetti che adesso non era più costretto a sopportare, che potesse essere felice della mia assenza. E non sono tanto illuso da credere che Holmes desideri sempre la mia compagnia.
«Dovresti andartene» obiettò lui.
Per un attimo stavo quasi per muovermi obbedendogli, ma poi fui colpito da un pensiero mostruoso.
«Perché?» gli chiesi prima di riuscire a frenare la lingua «stai aspettando qualcuno? Un cliente, forse?».
Se Holmes avesse risposto che aspettava un nuovo amante sarei potuto uscire di senno. Io non potevo averlo, d'accordo, ma se qualcun altro fosse stato impegnato con lui, ad averlo per sé, ad assaporare tutta quella liscia e bianca pelle mentre io stavo con una donna, sì adorabile, ma che consideravo al pari di una sorella, ciò mi avrebbe distrutto la mente. Conoscevo ogni centimetro di quella pelle, meglio persino della mia, avevo adorato ogni singola cicatrice e voglia. Per esempio, ci sono un paio di lievi lentiggini appena sopra lo splendido incavo sul lato sinistro della sua curva lombare, dove nemmeno lui le può vedere. Il solo pensiero di un altro uomo con Holmes, dentro Holmes, o che si dà a Holmes, mi sembrava così perverso che non avrei neanche potuto pronunciare il concetto ad alta voce.
«Un po' ipocrita da parte tua, non trovi?» sorrise, leggendomi la mente come faceva sempre.
«Sì» concessi io con tono seccato «è ipocrita. Per questo non l'ho detto»
«Perché sei così seccato?»
«Perché non mi concedi mai la possibilità di scegliere di non dire qualcosa»
«Non sono tenuto a concederti proprio niente. Ma posso soddisfare la tua curiosità, ad ogni modo, e confesso il mio completo e assoluto celibato. Mi sono annoiato a morte per tutto questo tempo. E ora va' via»
«Sei così ansioso di liberarti di me?»
«Non farei altro che seccarti con il mio malumore stasera, te lo assicuro. Sai come sono quando non ho un caso»
«Nemmeno io ho niente da fare stasera. Ecco perché sono qui»
«Non pensarci… domani avrai di certo qualcosa da fare. Possiedi una fiorente attività medica»
«Fiorente?» chiesi, palesemente sperando in una spiegazione mentre giravo attorno al divano e sprofondavo nella mia vecchia poltrona. Che fosse dannata la cortesia, perché stargli vicino era come increspare la superficie di acque profonde solo per avere una boccata d'aria «non ho accennato né al fatto che fosse prospera né all'eventualità che fosse in perdita quando sei venuto da me ieri»
«Il tuo vicino possiede un ambulatorio di antica fondazione, proprio come quello da te recentemente acquistato. Non è stato difficile capirlo quando ho notato che una donna anziana con una prescrizione nella sua mano sinistra era appena uscita dalla porta adiacente alla tua. È plausibile che si sia ammalata solo di recente, ma la sua malattia mi è sembrata piuttosto essere un caso di reumatismi di vecchia data, e le persone anziane non cambiano medico per capriccio. Ma c'è di più: la signora ti ha guardato, amico mio, ovviamente interessata a dare un'occhiata al nuovo dottore che si è installato di fianco al suo. Quindi l'ambulatorio del tuo vicino è tanto antico quanto lo è quello del tuo predecessore»
«Sì, ma…»
«Il tuo vicino è abbastanza agiato da potersi permettere un batacchio placcato d'argento per la sua porta, ma i suoi scalini sono almeno due centimetri meno consumati dei tuoi. Ergo, anche se la sua attività è di successo, la tua lo è di più. Sei soddisfatto?».
Ecco quando accadde.
Forse era il modo in cui scintillavano i suoi occhi, grigi e pungenti come la brezza d'inizio estate dietro ai vetri di una finestra. O forse era il fatto che non lo vedevo da mesi e che me n'ero andato in giro con lui come un ragazzino sconsiderato ciò che mi fece capire, come quando un uomo che non ha acqua crede che essa sia il liquido più delizioso che mai si possa trovare sulla terra. Eppure era molto più semplice di così. Holmes era mezzo svestito, la sua camicia aperta rivelava la superficie bianca e pulita dei suoi forti pettorali, e aveva i piedi nudi intimamente nascosti nella piega delle sue gambe, incrociate sul divano. Non indossava colletto né cravatta, eppure le sue ciocche nere e fluenti erano pettinate all'indietro sulla sua testa in perfetto accordo con i suoi meticolosi desideri. Nessuno dei quali era intenzionale o pianificato, ma lui è più vividamente consapevole di se stesso di qualunque altro uomo io abbia mai conosciuto in tutta la mia vita. E quindi, per essere onesto con me stesso, la risposta alla mia domanda era qualcosa di ancora più elementare.
Sherlock Holmes lo stava facendo di proposito.
Prima che potessi rispondere se fossi o no soddisfatto di quello che aveva detto, lui se n'era accorto, e la sua bocca delicata si schiuse appena, lasciando uscire un sospiro di trionfo che lui stesso non si era accorto di stare sopprimendo.
«Watson» disse, le sue parole mi sfregarono addosso «cosa diavolo c'è che non va?»
«Proprio niente. E le tue deduzioni sono sensate»
«Sì, so che lo sono. Le mie deduzioni sono quasi sempre sensate. E sono quelle stesse deduzioni che mi portano a chiedere di nuovo: cosa diavolo c'è che non va? Tu sai di avere un problema, non è così?»
«Spiegati, per favore».
Sherlock Holmes fece leva sul proprio gomito per tirarsi su, con un'espressione di zuccherosa neutralità sulla faccia. «Le mie deduzioni ti eccitano, Watson?»
«Di che diavolo stai parlando?» gli risposi con calma.
Lui si mise seduto, la lunga mano color dell'avorio che reggeva la sigaretta adesso dondolava al di sopra del tappeto, il suo gomito poggiava sul bracciolo del divano. Gli occhi di Holmes si erano trasformati in pugnali, tanto affilati quanto crudeli.
«Sto parlando dell'evidenza. Il tuo viso si è arrossato appena, il tuo respiro ha rallentato impercettibilmente. E considero un vero colpo di sfortuna che da questa angolazione io non possa vedere il davanti dei tuoi pantaloni, ma…»
«Holmes, non hai di meglio da fare nel tuo tempo libero che tormentarmi?»
«Da quando te ne sei andato?» rifletté gelido, soffiando il fumo fuori dalle sue labbra «No».
Ed ecco fatto. Colpa mia, azione mia, crudeltà mia, non importava quanto fosse stato necessario o inevitabile. Quando ci ripenso ora, quello che mi sconvolge di più è il fatto che non ero nemmeno spaventato da lui in quel momento. Credevo di sapere quello di cui era capace, i limiti della sua vasta inventiva, le linee che non avrebbe mai oltrepassato. Avevo pensato che la mia incapacità di resistergli fosse in qualche modo una condizione inviolabile all'interno della nostra attuale situazione, perché lui era un gentiluomo. Non avrebbe mai, neanche nei suoi più selvaggi periodi di eccessivo e splendente entusiasmo, forzato direttamente la sua attenzione su di me, per esempio, né mai avrebbe indugiato sulle mie labbra per un bacio, nemmeno quando mi sapeva un uomo di parola. Holmes è tanto rigoroso quanto orgoglioso, e tanto ostinato quanto rigoroso. E non è mai stato caldo.
Ma per convincere me stesso di sapere quello che non avrebbe mai fatto, avevo trascurato di cercare di capire quello che invece avrebbe fatto… l'errore più stupido fra tutti gli errori più elementari che si possano commettere.
Perdonabile forse, in altre circostanze, ma gli errori sono sempre fatali quando riguardano Sherlock Holmes. E io non mi ero mai sognato, nemmeno nei miei incubi più oscuri, non avevo mai potuto lontanamente intuire quanto lui fosse arrabbiato con me.
«Non me ne sono andato perché desiderassi farlo»
«Non riesco a capirti» disse vivacemente «di certo non starai cercando di implicare che tu sia stato costretto da quella piccola donna, esile e di buon cuore, ad andartene. O che io abbia lasciato le tue valige ai piedi della scala»
«Holmes» risposi con la massima gentilezza «Eravamo diventati dei bersagli. Ci siamo passati più di una volta. Era in gioco la tua libertà»
«Ho affrontato la cosa» disse con il tono che avrebbe usato per parlare con il più stupido degli ispettori di Scotland Yard, i suoi occhi grigi erano in fiamme «sarei stato un pessimo corteggiatore se avessi fallito nell'intento di proteggere i tuoi interessi. La cavalleria potrà anche essere morta, ma di certo la comune decenza non lo è»
«Ti stavi distruggendo da solo» osservai aspramente «pensi che mi stessi divertendo a guardarti mentre lo facevi? O a sapere con certezza che sarebbe successo tutto di nuovo di lì a poco?»
«Senza dubbio adesso avrai della vita una visione più positiva. Quando sei a casa tua, ovviamente. Come sta oggi Mary Watson, a proposito? Era arrabbiata con te per la tua sparizione?»
«No, per niente. E sta… bene… molto bene. Grazie. Tiriamo avanti splendidamente»
«Lei ti ama, e questo è chiaro. Il tuo cappello non era mai stato così pulito quando vivevi con un consulente investigativo insensibile e disumano, e penso tu abbia messo su anche un paio di chili o tre. È molto gratificante vederti rifiorire sotto le cure del vero amore. Da parte mia è un innegabile sollievo. Io non avrei certo mai spazzolato il tuo cappotto né ti avrei mai esortato a prendere una seconda porzione di stufato di manzo»
«Perché mi vuoi ferire così di proposito?» domandai «è quello che stai facendo, naturalmente, ma perché?»
«No, sono solo felice per te» disse con un altro terribile sorriso «per il tuo matrimonio, per il tuo ambulatorio e per la visione più positiva che hai della vita. La vista di me che mi distruggo da solo difficilmente può apparire piacevole. Invece questa nuova scena pastorale di…»
«Volevo vivere e morire con te» ringhiai ardentemente. Ormai mi era impossibile tenere il volume della voce sotto controllo. «Di sicuro avrai notato i dettagli, come hai notato tutto il resto. L'ho sposata perché l'ansia ti stava lentamente uccidendo»
«L'hai sposata perché volevi qualcuno che baciasse la terra dove camminavi in modo più evidente» mormorò.
«Quello che volevo era darti tutto ciò che era in me… e l'ho fatto, per anni»
«Non avresti dovuto. Che cosa avresti poi guadagnato in cambio dei tuoi sforzi? Io non ti ho mai amato».
Avrebbe potuto essere crudele, date le circostanze. E confesso che quella frase non mi stupì del tutto… Dio solo sa quali cose Holmes sia capace di fare quando messo con le spalle al muro: tutto, incluse affermazioni che equivalgono a proiettili verbali sparati da un cecchino. E questa sarebbe potuta essere il genere di affermazione che avrebbe spinto un uomo a gettarsi nel Tamigi, per unirsi al resto delle povere vittime resesi conto, un bel giorno, che le loro vite erano più di quanto potessero sopportare. Ma si trattava di una menzogna sfacciata. Se esisteva una frecciata che contro di me non avrebbe mai funzionato era quella. Forse lui possedeva il vantaggio di non aver mai dichiarato i suoi sentimenti, ma un uomo non attira su di sé l'interesse di tre ricattatori professionisti e di un agente di Polizia maligno e bigotto solo per una scopata.
«Mi amavi una volta» dissi «o così mi hai fatto credere»
«Non ti ho mai amato. Perché mi fai dire una cosa così terribile due volte? Sei tu l'unico a soffrirne».
Strinsi i pugni «Tu mi amavi anche se hai cercato di nasconderlo sin dall'inizio. Mi amavi, con o senza i tuoi piccoli supplizi cavillosi e contorti. Era quello il problema, santo Dio, Holmes. Il problema era che tu mi amavi»
«Sembra che tu abbia un disperato bisogno di crederlo, in ogni caso. E quindi te lo domando ancora, Watson» mormorò tagliente «Ti eccita vedermi risolvere casi? Svelare misteri? Descrivere un essere in carne ed ossa solo basandomi su un elemento del suo vestiario che ha per caso perduto? Non sei forse sempre stato eccitato dai miei piccoli giochetti?»
«Sì» sussurrai.
Holmes lanciò contro la grata del camino la sigaretta che aveva in mano, la quale mandò una scintilla rosso porpora mentre vi bruciava dentro. Lentamente, come un gatto che si sveglia dal suo riposo, si piegò in avanti per lasciare il divano. Mi aspettavo di vederlo alzarsi, forse per gettarmi fuori dal suo appartamento, ma lui si limitò a prolungare l'arco aggraziato che stava descrivendo con la sua schiena e a scendere sulle ginocchia poggiandole sopra quello che una volta era stato il nostro tappeto, poi camminò carponi verso di me mentre i secondi sembravano dilatarsi in giorni. Smisi di respirare, penso, e quando ripresi fu ad una velocità decisamente troppo rapida. Holmes si fermò in ginocchio sul tappeto di fronte a me e avviluppò le sue dita attorno alle mie cosce.
«O forse c'erano altre mie attività che ti eccitavano ancora di più?» chiese mentre lisciava le pieghe lungo una delle gambe dei miei pantaloni.
«Holmes» protestai con più fermezza di quanta ne sentissi realmente.
«Lo chiedo solo a puro titolo di curiosità» disse con dolcezza. A palmi aperti, il mio amico forzò l'apertura delle mie cosce. Si sedette sul tappeto fra di esse, senza più toccarmi né avendone la minima intenzione. Appoggiò semplicemente la sua testa corvina contro una delle mie gambe e si mise a fissare, con quei suoi occhi da falco, la tensione sulla cucitura al cavallo dei miei pantaloni. «Ma forse possedevo anche altre abilità che erano ancora più preziose per la tua libido. Cosa ne pensi della boxe, per esempio?».
Sapevo perfettamente cosa stesse facendo, a quel punto. Fuoco, ancora fuoco, fuoco senza fine e gelo acuto, ma mai semplice calore. Avrei potuto andare via in quell'esatto istante. Ne avevo ancora la forza, o così credevo. E poi lui continuò.
«Di tutte le occasioni in cui mi hai visto tirare di boxe, penso che l'incontro a mani nude organizzato per beneficenza dal dipartimento di Polizia sia stato il mio momento migliore» rifletté Holmes. «Avevo un avversario degno di questo nome, e ci saltammo addosso come una coppia di tigri. Ero seriamente ferito quando alla fine vinsi, ma vinsi tuttavia, e ti ricordi cosa accadde dopo, quando mi portasti a casa? Mi togliesti di dosso la camicia lacerata e bendasti il taglio che avevo sopra l'occhio, poi preparasti un bagno caldo sapendo quanto io odi stare a lungo sporco e sudato, e quando fui nella vasca ti tirasti su le maniche della camicia e insistesti per lavarmi tu stesso. Le mie braccia, il mio petto, la mia schiena, le mie spalle, le mie cosce, ogni singola porzione della mia anatomia era soggetta alla tua personale e benevola attenzione. Non ti negai l'accesso a niente, e lentamente tu mi rendesti di nuovo pulito. Mi muovevo solo sotto la tua guida, lo ricordo bene, cambiavo posizione solo quando volevi aprirmi più profondamente al tuo tocco. E poi tu realizzasti, come io sapevo già da tempo, che stavi indossando ancora troppi vestiti. Allora ti spogliasti ed entrasti nella vasca insieme a me, insaponasti le mie cosce per rendere la mia pelle scivolosa mentre ti muovevi lungo e lento fra le mie gambe».
La mia mano scattò in direzione del mio cavallo come se fosse stata posseduta da un demone. E il nome di quel demone, lo sapevo bene, era Sherlock Holmes. Eppure lo feci lo stesso. Mi fermai, pressandola sul muscolo della mia coscia.
«Sì» sussurrò lui «vai avanti. Non c'è nulla di male in questo per un uomo sposato. Non sono io che ti tocco, dopo tutto. Sei tu stesso».
«No».
«Continua. Io mi sto tenendo prudentemente lontano e non lo dirò ad anima viva. Che ne pensi di me mentre tiro di scherma?» continuò, con lo stesso tono lento e melenso «lo sai, l'ho fatto per te in quell'occasione che credo ricorderai. Si trattava di un incontro informale, dopo che tutti avevano lasciato la palestra. Sono sicuro che te ne rammenti. Eravamo rimasti solo io, te, il mio compagno di scherma del momento, e nessun altro per dirci che non sarebbe stato saggio rimuovere tutte le protezioni e duellare a torso nudo come se il nostro incontro si stesse svolgendo secoli fa».
Mi ricordavo eccome. Lui era un ventottenne avventato quanto atletico, con gli occhi di un dio e i lineamenti di un cavaliere del quindicesimo secolo. Ricordavo ogni gocciolina di sudore che era scivolata giù per la sua pancia piatta e il brivido colpevole che avevo sentito vedendo un taglio superficiale che correva lungo il suo braccio e sapendo che io, solamente io di tutti gli uomini nella città di Londra, sarei stato colui che l'avrebbe medicato dopo a casa. Il solo saperlo quasi valeva il danno su quella splendida pelle; quasi.
«Ti ricordi che quando vinsi il match ti provocai a proposito del biondino che avevo appena battuto, dicendoti che dal momento che era così abile con il fioretto sarebbe di certo stato esperto anche in arti da eseguire con spade di tutt'altro tipo e che avremmo potuto invitarlo a casa con noi e scoprirlo?»
«Non dicevi suo serio» implorai disperatamente mentre stringevo i pugni.
«Perché no?» mi canzonò «avevo già ospitato più di un uomo nel mio letto, per fare qualcosa di divertente all'Università. Ma ora che mi ci fai pensare no, non dicevo sul serio. L'unica cosa su questa Terra che desiderassi a quell'epoca eri tu».
Quello fu l'istante in cui Roma, che non era stata costruita in un giorno e aveva richiesto parecchi sforzi per essere mantenuta, cadde. Aprii di scatto il davanti dei miei pantaloni e lottai per un momento con i lacci della biancheria intima prima di liberare la mia erezione dalla prigione nella quale i vestiti la confinavano.
Toccarmi in quel modo è stata probabilmente la cosa più imbarazzante che abbia mai fatto, ma non avrei potuto evitare che accadesse tanto quanto non avrei potuto evitare di amarlo.
Holmes aveva una mano appoggiata al pavimento per tenersi in equilibrio e con l'altra si stringeva la gamba, ma il suo viso strusciava contro i miei pantaloni in una carezza devastante, come un gatto accoccolato, i suoi occhi mi fissavano con desiderio mescolato a brutale forza.
«Mi sono sempre chiesto perché quella volta tu non abbia accettato» sibilò «so che lo ammiravi. Era un ragazzo così biondo e solare, dopo tutto, e penso che il suo braccio fosse spesso almeno quanto la mia coscia. Dio solo sa come doveva essere il resto del suo corpo. E tu possiedi un'ammirevole capacità di amare le persone, mio caro amico, tutti i generi di persone. Be', la tua situazione presente lo prova senza alcun dubbio. Suppongo sia ironico che io non riesca ad amare anima viva e che invece tu riesca ad amare svariate dozzine di gente. Scommetto che nel tuo cuore c'è posto per il mondo intero. Non sarebbe stato divertente? Almeno per una notte? Avremmo potuto prepararlo insieme, lentamente, e io avrei potuto prenderlo proprio sotto i tuoi occhi. Oppure lui avrebbe potuto prendere me, se lo avessi preferito, mentre io sarei stato occupato a leccare e succhiare il tuo…»
«Smettila!» sbottai, anche se la mia mano mi era rimasta sull'inguine «dissi di no perché ero innamorato di te. Sono ancora innamorato di te».
«Oh, sì. Ricordo l'ultima volta che hai addotto questa scusa, ed era per un'azione di tutt'altra natura. Per questa stessa ragione infatti tu vuoi farmi credere che te ne sei andato e hai sposato una donna. Continuo a dimenticare che possiedi dei metodi semplicemente unici per mostrare affetto, forse perché io non sono mai stato innamorato. Bene, lascerò quel ragazzo fuori dal discorso allora» strofinò la guancia contro la mia coscia ancora una volta e serrò i suoi occhi grigi.
«Mio caro…»
«Pensa a quello che avremmo potuto stare facendo in questo momento se non fossi stato sposato» disse cupo, provando un nuovo e ancora più devastante tocco mentre io mi tormentavo la pelle «ti avrei già portato nella mia camera da letto a quest'ora, ne sono quasi certo. Ti avrei anche già tolto i vestiti, uno a uno. Lo avrei fatto con calma, ma sarebbe stato difficile frenare le mie dita, impazienti di rivelare la tua pelle. E una volta che fossi stato nudo avrei ripetuto lo stesso rituale con me mentre tu mi avresti osservato dal letto, e adesso non sarebbe più rimasto niente fra di noi. Avremmo potuto formare una catena senza fine, noi due, giacendo sul fianco con le nostre erezioni una nella bocca dell'altro. Ti ricordi la prima volta che è successo? Non mi andava particolarmente di praticare questa attività con te nel mio letto. Con altri uomini mi era piaciuto, ma con te… Era stato troppo, un vortice di sentimenti e nessuno che si distinguesse… la tua bocca bollente su di me non faceva altro che distrarmi dalla tua dolce erezione e vice versa, fino a che non credetti di spaccarmi in pezzi. Riuscii a controllare la mia mente nell'occasione dopo, comunque, e non credo di averti portato più vicino alle lacrime di quella volta»
«Non farmi questo, Holmes»
«Forse lo scenario non è di tuo gradimento? Vediamo. Sebbene non ti abbia mai amato mi è mancata la tua compagnia, quindi penso che potrei anche sottostare alle tue voglie, se vuoi che io lo faccia. Potrei andare a prendere qualcosa di oleoso e sdraiarmi di schiena sul letto con te sopra di me. Potrei aprire le gambe e rendermi pronto per te con le mie stesse dita, così che l'unica cosa che ti resterebbe da decidere sarebbe se e quanto spesso baciarmi mentre mi guardi all'opera. Preferirei che lo facessi, naturalmente, perché non posso fare a meno di pensare che la sensazione di accarezzare la tua lingua con la mia bocca possa accrescere significativamente il piacere dell'attività. Potrei prolungare il tutto quanto più a lungo tu desideri se dovessi trovare la cosa gradevole. Potrei anche prenderti in bocca mentre lo faccio, potrei girarti con la testa tra le mie gambe così che tu possa avere una migliore visuale e che quindi una volta finito con me la tua erezione fosse già dura e umida. Poi ti farei girare di nuovo e allaccerei le mie gambe sopra le tue spalle e…»
«Per l'amor di Dio…» gemetti.
Caddi in avanti, i miei muscoli sfuggiti al mio controllo. Spinsi il corpo snello di Holmes giù contro il pavimento, che Dio abbia pietà di me per questo, e caddi sul tappeto con le ginocchia ai lati del suo addome perfetto e con la mia bramosa erezione ancora nella mia mano, sospesa appena sopra le sue labbra. Quando lui parlò ancora, i suoi occhi ben aperti e scintillanti di passione o forse di lacrime, percepii il suo respiro sulla mia pelle delicata.
«Oppure potremmo fare al contrario» continuò nello stesso tono esasperante. E sono stato uno stupido a non averlo temuto. La forza che muoveva il corpo che avevo fra le gambe era mozzafiato, il suo controllo per riuscire a non toccarmi impossibile, la lussuria nei suoi occhi inebriante. Non sapevo se fosse fuoco infernale o gelo direttamente dalla fine del mondo, ma sembravano le due cose unite insieme. «Sono molto risentito del fatto che tu abbia lasciato passare diverse settimane senza mai venire a trovare il tuo ex amico. Forse quello che invece farò sarà chiudere le tende e mandare la signora Hudson fuori per cena, e poi farti chinare sopra il bracciolo del divano nella maniera che ti meriti».
Esisteranno altri uomini sulla terra, posso solo supporre, capaci di portare ad uno stato di frenetica passione un ex amante utilizzando solo le parole, ma se esistono io non li ho mai incontrati. Se lo avessi fatto è probabile che li avrei temuti come temevo Sherlock Holmes. Ma era lui l'unico che amassi.
«Cosa pensi di meritarti questa volta? La cinta?»
«Molto peggio» gemetti, ed ero davvero sincero, mentre la mia mano stringeva la mia erezione come in una morsa.
«In questo caso dovrei localizzare la frusta» i suoi occhi guizzarono in direzione dell'appendiabiti e poi tornarono di nuovo su di me «e poi applicherei alla tua persona la cura più meticolosa, ma solo per colpirti tante volte quante bastano a farti comprendere quanto tedioso sia diventato il passare del tempo da quando mi hai lasciato, e che cosa significhi per me vederti arrivare sotto le spoglie di un semplice visitatore casuale. Ti ho odiato per questo. Ecco perché ti ho chiesto di andare via. Ma una volta che avessi finito, con tutta calma, avrei scorso le mie dita sopra i segni che avrei lasciato e poi ti avrei preso a lungo e con tutta la forza che mi fosse andato di impiegare, perché tu mi avresti pregato di farlo una volta che avessi finito di spiegarmi. Dopo tutte quelle carezze, date con il più perfetto equilibrio tra piacere e sofferenza, mi avresti chiesto di prenderti velocemente e con rudezza»
«Sherlock…»
«E io faccio sempre quello che mi chiedi, o no? Devi essere stato un diversivo molto intrigante durante tutto questo tempo, dev'essere stato così perché non ho altre spiegazioni altrimenti. Tu mi ami apparentemente, ami me come ami il resto del mondo, e questo spiega la tua disponibilità ad obbedirmi. Ma cosa spiega la mia ad obbedire a te?»
Le sue mani, quasi visibilmente frementi di toccare il mio corpo ma tenute ferme da una volontà di ferro, disumana, si spostarono in alto, ai lati della sua testa, in una posizione o di sottomissione o di disperazione. Con la mia mano libera afferrai le ciocche corvine dei suoi capelli lucenti che gli ricadevano a lato della fronte. Per la terza volta il suo viso si fuse con la mia pelle, mentre la sua mano si spostava per accarezzare il dorso delle mie dita, in su e in giù, per poi intrecciarle con leggiadria alle mie. Riuscivo a sentire ogni singola linea delle sue impronte, ciò che lo rendeva Sherlock Holmes e nessun altro, le sentivo negli incavi dove le mie dita incontravano il palmo della mia mano. Persino al tocco più leggero da parte sua ansimai. Gli occhi del mio amico si spalancarono, e mi guardò con quello che sembrava quasi puro odio.
Quasi.
«È questo quello che fai, John?» sussurrò selvaggiamente «è questo quello che fai di notte, o al mattino presto, o nel tuo ambulatorio? Abusi di te come un adolescente patetico mentre pensi a me che ti scopo?»
«Abbi un po' di pietà, se mi ami»
«Ma io non ti ho mai amato. Rispondi alla mia domanda»
«So che non mi credi quando ti dico che l'ho sposata per te, ma…»
«Tutti gli uomini lo fanno di tanto in tanto, non puoi negarlo, e non puoi negare che pensi inevitabilmente a me quando ti tocchi, non è così? Sei immerso profondamente nel mio corpo con gli occhi della tua mente, contro la mensola del camino della mia camera da letto? Oppure sei coperto di sudore e tremante sotto le tue coperte al chiarore della luna di quando avevo l'abitudine di salire le tue scale e prenderti nel mezzo della notte?»
«Ti scongiuro di smettere»
«Lo fai dopo avermi pensato accidentalmente o semplicemente cogli l'opportunità quando questa si presenta? Questo pietoso esercizio fa ormai parte della tua routine, come prendere la colazione o leggere il Times? Era questo quello che intendevi quando hai detto che stavi "riguardando i miei vecchi appunti" l'altro ieri sera?»
«Dio, finirà che mi uccider…»
«È questo quello che fai?»
«Ogni giorno della mia vita» boccheggiai disperato.
L'odio che aveva negli occhi andò in pezzi. Sentii un brivido formarsi alla base della mia spina dorsale e nello stesso momento credetti di poter esplodere in uno sfogo di dolore che lui non avrebbe mai tollerato, e men che meno apprezzato. Il mio amico sapeva che ero a un passo dall'apice quando mi allontanai velocemente da lui, perché ero a cinque centimetri da lui e mi aveva visto in queste condizioni innumerevoli volte. E perciò si spinse in avanti con le mani e prese fra le sue labbra solo la punta della mia erezione.
Mi svuotai in lui fino a che in me non rimase più nulla salvo la mia vergogna e la mia rabbia, e il mio eterno amore per ogni singolo lato di lui. Persino per la sua crudeltà. Forse specialmente per la sua crudeltà. Perché ormai non credevo più di meritare la sua clemenza.
Quando smisi di tremare mi costrinsi a guardarlo di nuovo. Aveva gli occhi semichiusi e la sua espressione oscillava tra puro dolore e fugace trionfo. Tirai indietro le mie gambe con un unico e veloce movimento mi adagiai su di lui, tracciando il contorno delle sue labbra con le mie dita. Per un lungo attimo stetti ad accarezzare la pelle delle sue labbra lisce come porcellana, un tocco di rosa in mezzo a tutto quel bianco, quel nero e quel grigio, prima di piegarmi su di lui.
«Non baciarmi» disse in un sussurro discontinuo «se mi ami un briciolo di più rispetto a quanto ami il resto della popolazione di questa fottuta città, non baciarmi».
Gli obbedii, o almeno lo feci in parte.
Ansimò quando gli aprii i pantaloni, e il suo intero corpo si arcuò di dolorosa disperazione quando presi in mano la sua erezione. Mi allontanai dal suo viso mentre muovevo la mia altra mano giù lungo il suo petto e poi lo presi in bocca fino all'attaccatura. Era vicinissimo all'orgasmo. Non ebbi molto tempo per assaporare il mio compito, e rimpiansi questo fatto quando mi resi conto di quanto le sue stesse parole di vendetta lo avessero fatto eccitare. Sette o otto movimenti della mia bocca e della mia lingua, poi le mie mani finirono il lavoro, e quando lui soffocò violentemente il bellissimo suono che aveva sempre emesso liberamente, con frequenza e quasi mescolato ad una sorta di risata, asciugai la sua essenza con la mia bocca mentre mi maledicevo per essere stato così insensibile, freddo e folle.
E poi era finita. Era finito tutto. Mi alzai di nuovo, non ero più un uomo che aveva rispettato il voto di fedeltà alla donna che aveva sposato, e caddi tremante tra le braccia di colui che era il mio tormento. Tutti i suoi arti si avvinghiarono a me istantaneamente. Per essere un cattivo, l'autore della mia tortura e della mia caduta, era un cattivo veramente adorabile. Il suo ritmo respiratorio si era fatto più profondo e svelto, come se fosse spaventato a morte o qualcosa del genere.
«Andrà bene» mentii, accarezzandogli la guancia.
«No, non andrà bene»
Era molto più probabile che avesse ragione lui e io lo sapevo. Mi ero innamorato del mio migliore amico, lo avevo guardato combattere come meglio aveva potuto per non subire il mio fascino, mi ero conquistato il diritto di essere difeso da lui e poi l'avevo lasciato. Anche se l'ultima azione l'avevo messa in pratica per una buona ragione, era stato un imperdonabile susseguirsi di eventi.
«Dimmi a cosa stai pensando, dimmelo anche se non dovessi mai più aprire il tuo cuore con me» lo pregai.
Inspirò deliberatamente dal naso e poi espirò dalla bocca per riprendere il suo solito perfetto controllo di se stesso, ma qualcosa che aveva a che fare con la tecnica che aveva impiegato in passato per farlo migliaia di altre volte sembrava non funzionare più.
«Penso che sono perso senza di te» ammise portandosi una mano alla bocca ancora prima di avere finito di pronunciare la frase.
«Ma io sono qui, adesso so che è qui che devo stare!» gridai «sono qui! Tra noi potrà essere tutto come prima quando avrò l'occasione di stare con te. Perdonami per essere stato così cieco, per aver agito solo pensando a me stesso e al mio banale bisogno di…»
«Avevi ragione» disse brusco «perdona la mia di cecità piuttosto, per aver voluto indietro un po' di ciò che è mio. Perdonami per aver minacciato la tua vita familiare. È stato un esperimento ingrato, e ora ne ho pagate le conseguenze. Non pretendo di avere spazio nel tuo letto»
«Ma» sussurrai «quando hai detto di essere perso… intendevi dire che mi vuoi ancora?»
«Ti voglio il più lontano da me possibile»
«Perché?» chiesi.
«Perché quando ho detto di non averti mai amato» rispose con voce rotta, fermandosi per mordersi il labbro «potrei aver travisato me stesso» 
«Perdonami» gemetti, la mia testa cadde appoggiata alla sua spalla «ti prego perdonami. Ma era la verità quando ho detto che l'ho fatto per…»
«Di' che l'hai fatto per me una sola altra volta e ti spingo giù dalle scale» esplose «lo hai fatto per un servizio di porcellana più fine e per un bacetto ogni volta che esci da una maledetta stanza». Con un movimento reso ancora più terribile dalla sua grazia e familiarità, mi spostò dalla sua spalla e rotolò via riallacciandosi i pantaloni mentre camminava verso il camino.
«Molto bene allora. E sia. Ti dirò la verità se però giuri che non mi giudicherai troppo duramente per questo» insistetti, cercando di ricompormi con mani tremanti e alla fine sedendomi con la schiena appoggiata al divano, ancora sul pavimento. Era dove dovevo stare. «Oppure lascia stare, giudicami come pensi io meriti. Vuoi la verità? Vuoi sapere quale mostro io veramente sia?»
«Non me ne importa più niente ormai»
«Sì che te ne importa, lo so. Vuoi che ti dica che razza di parodia di uomo sono diventato?»
«Fa' come vuoi, e guarda dove ti porta. Ho finito di farmi condizionare dalle cose che mi dici, John»
«Lei sta morendo» gli dissi.


VAI ALLA PARTE 3


H/W [traduzione] Softly and Suddenly - parte 3
rowen12

PARTE 3

Holmes si girò, il suo gomito ancora appoggiato alla mensola del camino. All'inizio sembrava incredulo al di sotto del suo colorito ancora ingentilito dal piacere sessuale, ma poi aprì la bocca, tanto rapidamente quanto il suo cervello aveva recepito quello che stavo dicendo. Sentii la prima lacrima correre giù per la mia guancia e non feci niente per asciugarla.
«Lo so solo da un paio di settimane» sussurrai «da quando le attaccai quel raffreddore estivo che tu hai dedotto io mi fossi beccato, e la sentii. Il modo in cui respira. Tossisce. È questione di pochi anni, Holmes. Non c'è più niente da fare. Proprio quando sembrava che lei si potesse affezionare a me, io avevo imparato ad apprezzare la sua compagnia, e io… che Dio mi aiuti. Lei non lo sa ancora, naturalmente, ma io sì, e non c'è niente che io possa fare per salvarla. Volevo restarle fedele finché era in vita. Quale bestia malvagia farebbe… ma questo ormai non importa più. Non mi è rimasto niente. Non il mio onore, non la mia parola, e la mia anima l'ho data a te molto tempo fa. Sai che cosa ho provato quando ho scoperto che mia moglie stava morendo? Ero contento, Holmes. Contento. Pensai, un altro paio d'anni di sofferenza e poi nessuno potrà più sospettare di noi… ho forse pianto per lei, o inveito contro il fato, o pianificato una disperata battaglia contro la malattia come avrebbe fatto un buon medico? No. Ho pensato a te. Che mi avresti ripreso con te. Non ti avrei mai detto quanto fossi stato felice, mai, così non avresti mai scoperto che sono un depravato e non l'ottimo uomo che hai sempre pensato io fossi. Invece ti ho ferito terribilmente, e ho perso ogni traccia dell'essere umano che ero. Ecco. Adesso sai tutto. Il gentiluomo dalla morale di ferro di cui ti sei innamorato non esiste più, quindi non ti devi preoccupare per me. Adesso dimmi pure di uscire dal tuo appartamento e che non vuoi vedermi mai più. Buttami giù dalle scale. Ti ho già perdonato. Chiunque farebbe la stessa cosa al tuo posto».
Il mio amico non fece nessuna di queste cose. Si schiarì la gola all'improvviso, distogliendo lo sguardo, e poi tornò a guardare me. Mi sentivo troppo squallido per tirare fuori dalla manica il mio fazzoletto e asciugarmi il viso. Così alla fine lui si avvicinò e si inginocchiò davanti a me allungandomi il suo. Io lo presi, pressandomelo sulla bocca e sul naso invece che impiegarlo ad uso pratico, perché profumava esattamente come lui e mi era mancato terribilmente avere la mia anima così vicina a me.
«La natura umana è uno strano miscuglio, Watson» disse dopo un po'. «Ognuno di noi è tante cose. Ma non c'è lato di te che possa nemmeno vagamente somigliare alla cattiveria. Forse sarai matto, non lo escludo. Forse no. Ma se credi che la presenza di un unico pensiero maligno possa fare di te un mostro ai miei occhi sei decisamente in torto».
Raggiunsi a tentoni la sua mano e la strinsi forte, come se mi potesse impedire di cadere in un precipizio. Non riuscii a vederlo, ma a un certo punto mentre tremavo lui forzò l'apertura delle mie dita e baciò il palmo della mia mano con tutta la sua illimitata devozione. Le sue labbra, leggermente aperte, rimasero poggiate contro la mia pelle. Ed era abbastanza. Era più che abbastanza. Poi mi lasciò, tornando a sedere sui suoi talloni.
In ritardo, ma mi asciugai gli occhi. «Posso tenerlo?»
«Certamente» Holmes si alzò di nuovo «so perché hai preso i libri. Il trattato osteologico è coperto di note nella mia grafia e il Michel De Montaigne devo averlo letto un migliaio di volte»
«Avrei dovuto prevedere che una storia sul disordine degli scaffali non ti avrebbe ingannato» risposi, con una risata amara «ma ammetterai che era meglio questo rispetto che rubare una delle tue sciarpe o una delle tue pipe»
«Esci di qui» disse, ma la sua voce era gentile.
«Mi prometteresti una cosa, anche se non me lo merito affatto?» chiesi mentre mi rimettevo in piedi barcollando.
«Forse»
«Se dovessi trovare un altro amante» dissi, quasi soffocandomi con quelle parole «mi potresti avvertire?».
Non dimenticherò mai il modo con cui la sua faccia cambiò. L'espressione è davanti a me in questo preciso momento. Ma lui si girò ancora una volta prima di iniziare a parlare, appoggiandosi con una spalla esausta contro la mensola del camino mentre si sfregava gli occhi con le mani.
«John, stai travisando volgarmente sia me che te chiedendomi una cosa del genere. Stai implicando che io sia tanto selvaggio da riuscire a passare senza problemi da compagno a compagno come farebbe un cane, oppure stai implicando che tu possa essere facilmente dimenticato. In entrambi i casi l'errore è un insulto»
«Mi dispiace» mormorai.
«Lo so» sussurrò «adesso vai. Lasciami in pace».
Me ne andai, per la seconda volta. Uscii dalla sua porta e mi asciugai accuratamente gli occhi, poi andai a casa da mia moglie.

«Oh John, tesoro» disse quando mi vide, sorridendo in un modo che aveva un che di doloroso «È andata male vero? È andata male?»
«Sì» dissi, abbracciandola. Nascosi il viso nel suo collo profumato di vaniglia, sfiorando pizzo e robusto cotone.
«A volte mi chiedo se lui si meriti un amico come te» mi confessò dolcemente, accarezzando i capelli corti sulla mia nuca «ma poi mi torna in mente il modo in cui ha trattato il povero signor Sholto, e riesco a vederlo come lo vedi tu. Qualsiasi cosa lui abbia fatto, amore mio, ne sono sicura… ci scommetterei qualunque cosa… posso giurarti che se ne sarà già pentito».


Quella sarebbe potuta essere la fine. E lo fu, per un periodo. Non sapevo quando l'avrei rivisto. Ma lo vidi diverse settimane più tardi. Era il giorno in cui avevano impiccato Beddington, il famoso falsario e scassinatore.
Ed ecco Sherlock Holmes, nel vano della mia porta d'ingresso. Il mio soffitto si abbassò di nuovo e il mio cuore accelerò. Reggeva in una mano il suo cappello a cilindro e nell'altra aveva un quotidiano, l'espressione del suo viso era cupa. C'erano nuove rughe sul suo volto, realizzai con un tuffo al cuore, una linea più profonda al limitare delle sue belle ciglia, e diversi dei capelli alle sue tempie adesso erano diventati del colore che assumono i suoi occhi appena dopo un orgasmo. Una tonalità glaciale e brillante. Io gli avevo fatto questo, pensai, e vederlo con i miei occhi era la peggiore delle punizioni.
«Holmes cosa è successo? Cosa c'è che non va?» gli chiesi, alzandomi immediatamente e emergendo da dietro la mia scrivania.
Holmes lasciò cadere il suo cappello su una delle sedie e mi allungò il giornale, la versione mattutina dell'Echo. «Ti chiedo scusa per avere interrotto le tue ore di lavoro, Watson, ma avevo bisogno di vederti».
I miei occhi vagarono su tutta la pubblicazione all'inizio senza alcun profitto, ma poi vidi una breve notizia su una delle colonne di destra. «"Hanno impiccato Richard Beddington"» lessi «Un'amministrazione giudiziaria ben rapida, il processo si è concluso solo di recente. Ma non riesco a capire di che…»
«Il fratello» disse lui spento «Thomas Beddington, da noi conosciuto come Harry Pinner».
«L'uomo che abbiamo salvato. Che cosa c'entra lui?»
«Si è tagliato i polsi con la lama di un coltello»
«Oh, Holmes» sussurrai.
Appoggiai il giornale sulla scrivania dietro di me. Anche se non avessi conosciuto il cuore di Sherlock Holmes, anche se non avessi religiosamente imparato a riconoscere ogni suo lato, anche se la mia devozione non avesse sconfinato nell'ossessione, sarei stato in grado di leggere la sua angoscia.
Passandosi una mano nei capelli per l'agitazione, camminò avanti e indietro per diversi secondi anche se ostacolato dalle dimensioni ridotte del mio studio. «È morto, naturalmente. Dovevo vederti. So di non poter essere considerato direttamente responsabile per la vita di quell'uomo, ma di certo indirettamente…»
«Non è stata colpa tua, Holmes» dissi comprensivo. 
In altri tempi gli avrei preso le mani e l'avrei fisicamente calmato, instillando tranquillità nel suo corpo con la forza della mia stretta e con la mia vicinanza, ma avevo perso anche questo. Il mio tocco adesso non gli sarebbe stato di nessun conforto, questo è certo. «Cosa avresti potuto fare? Far costantemente sorvegliare il poverino da una guardia? Cosa?»
«Avvertire i suoi carcerieri» disse con un gesto feroce. Feci appello ad ogni oncia della mia forza per non toccarlo, perché quando i suoi fianchi aggraziati si muovono in quel modo così brusco significa che il suo spirito si sta agitando con più furia ancora. «Come diamine ha fatto a procurarsi l'arma? Se poi si trattava di un'arma. Avrebbe dovuto essere sotto stretta sorveglianza. Non pens…»
«Non potevi saperlo, Holmes»
«E quando penso di averlo salvato e averlo lasciato con il tormento quotidiano di dover vivere sapendo che suo fratello è morto non riesco a guardarmi allo specchio».
Era troppo per un semplice mortale, un peccatore simile a molti altri ma innamorato di lui a tal punto. Quando uno dei suoi fianchi si mosse agonizzante un'altra volta non potei più sopportarlo. Lo raggiunsi dove stava e afferrai entrambi i suoi muscolosi avambracci, ruotandogli le mani in modo che i suoi palmi si toccassero. Fermai i suoi polsi imprigionandoli gentilmente, anche se comunque in modo tale da non lasciargli replica. Sembrò sorpreso per un attimo prima di calmarsi gradualmente, intrecciando insieme le sue dita mentre le mie trasmettevano tutta la tranquillità che potei radunare all'interno della filigrana azzurrognola delle sue arterie radiali. Le sue mani vibrarono d'energia piacevolmente sotto alle mie, più ferme. Le mie mani non vacillarono e lui sapeva che non l'avrebbero mai fatto. Era sempre stato così fra di noi. Imparai una lezione di inestimabile valore il giorno in cui capii che dovevo imporre il mio conforto fisicamente dentro di lui. Sarei disposto a dare a Holmes la pace che gli serve tramite forza bruta se non riuscisse a raggiungerla in nessun altro modo.
Sentii il suo polso rallentare. Mi sconvolse il fatto che fossi ancora capace di riuscire nell'impresa, visto quanto la mia vicinanza fosse di disturbo per Holmes. Ma in nome dell'abitudine, se non per altro, il suo sangue impazzito gradualmente iniziò ad obbedirmi. Quando si rimise a scorrere ad una velocità più umana, seppur più rapida del normale, sfiorai con i pollici il punto dove passano le pulsazioni e lo lasciai andare. Prima che potesse obiettare sulla mia vicinanza fisica ritornai alla mia scrivania, sedendomi sul suo bordo mentre guardavo verso il viso che avevo in mente ogni volta che chiudevo gli occhi.
«La natura umana, come ti dissi qualche settimana fa, è uno strano miscuglio, Watson» disse Holmes alla fine, con un mezzo sorriso storto «come il motivo per cui il mio benessere sia rimasto un argomento di tuo interesse anche dopo il mio imperdonabile comportamento dell'ultima volta che abbiamo… be', la mente dell'uomo è senza dubbio bizzarra».
«Non ti seguo» sospirai «tu conosci la mia mente come le tue tasche e sei impresso in ogni pagina di essa»
«In questo caso imperdonabile non era la parola adatta. Intendevo dire che sembra che la tua capacità di perdonare i miei imperdonabili errori sia infinita tanto quanto la mia di commetterne» anche Holmes tirò un sospiro doloroso «non me ne stupisco, date le circostanze, comunque. Anche un criminale assassino può ispirare un affetto tale da spingere il fratello al suicidio; e dopo essere stato impiccato»
«Penso di capire come si sia sentito» ammisi, rimasto indifeso dallo shock dell'evento «Tu sei il tormento della mia vita così come sei il mio più intimo desiderio, eppure se ti dovesse capitare qualcosa potrei anche agire come ha fatto Beddington».
Holmes sussultò visibilmente. Poi si accigliò e marciò deciso verso di me, che ero seduto sopra la mia scrivania, e si posizionò con cura fra le mie gambe prendendomi il viso.
«Dimmi che non è vero» sussurrò intensamente «Possono sempre capitare incidenti. Errori. Promettimi che non farai mai una cosa del genere».
Elettrizzato dal suo tocco, avvicinai le mie mani alle sue senza però toccarle. «Mio caro Holmes, in ogni caso tu sei qui adesso»
«Ma un giorno potrei non esserci» insistette «Chi può dirlo? Un giorno potrei incappare in un incidente, o in una serie di circostanze confuse che potrebbero richiedere una mia fuga dal pericolo, oppure in una disavventura che mi potrebbe impedire di mettermi in contatto con te, o in uno Snark che sarà davvero un Boojum e io dovrò svanire delicatamente e inaspettatamente. Giurami che anche se dovessi venire a conoscenza di una mia eventuale dipartita andrai avanti con la tua vita e ti prenderai cura di Mary come lei si merita»
«Io non…»
«Sì che puoi farlo. Pensa alle conseguenze che ricadrebbero su di me se ti dovessi essere sbagliato e io fossi sopravvissuto. Puoi farlo. Ne sono convinto. Se non riesci a farlo per te stesso o per tua moglie puoi sempre farlo per me»
«Ma perché mi stai…»
«Perché ti amo, perché tu sei tu e io sono io e ti amo per questa e per mille altre ragioni meno importanti, e adesso mi devi promettere che non ti farai mai del male per colpa mia. Tu vali molto più di me»
«Lo giuro» dissi profondamente scosso mentre le sue braccia mi circondavano «Holmes, non prenderla così. Ti giuro che farò come hai detto nella remota eventualità che io debba affrontare una simile scelta. Ma non svanire delicatamente e inaspettatamente. Ti prego».
Holmes si tirò indietro. Guardò nei miei occhi per un lungo istante. Il suo sguardo non era né freddo né caldo, ma qualcosa di lieve, non di questa terra. Poi mi baciò.
Non ero stato più baciato da lui dai tempi del mio matrimonio e il vortice del suo respiro e delle sue labbra mi aveva già fatto cedere le gambe ben prima che che la sua lingua cominciasse ad accarezzare la mia, ed ero perso. Gli avevo donato il mio cuore e la mia anima così tanto tempo fa che adesso mi sembrava una cosa normale vivere senza, ma quando lo baciai potei assaporarli entrambi nella sua bocca. Lo baciai fino che all'improvviso sembrò l'azione più incantevole e amaramente triste che sia mai stata eseguita da un essere umano, ma non sarei stato io colui che l'avrebbe fermata. Non ci sarei riuscito neanche se avessi tentato. Sherlock Holmes mi baciò delicatamente e inaspettatamente, la sua mano posata sopra al mio cuore, mentre le nostre lingue cercavano di ritrovare quello che le nostre menti avevano dato per perduto per sempre, e io sperai che ci fossero altri voti che lui volesse io giurassi per lui. Avrei giurato qualsiasi cosa. Avrei voluto lealtà immortale e impossibili ricerche. Avrei voluto non essermi mai dato a lui così da potermi concedere di nuovo, tutto da capo. Quel bacio fu come tornare a respirare, come se il mio sangue avesse ripreso a circolare, come ogni singola funzione vitale. E reso ancora più dolce, in qualche modo, dalla mia consapevolezza che lui, salvo eccezionali cambiamenti nella nostra situazione, non mi avrebbe baciato un'altra volta.
Finì come finiscono tutte le cose. Holmes mise fine al bacio. E subito dopo raccolse il suo cappello.
«Ritorna appena puoi» lo pregai «ritorna domani»
«Sono molto occupato al momento» mi rispose «c'è un criminale a piede libero a Londra di cui ti parlerò con più precisione quando sarò in possesso di fatti più concreti. Ha a che fare con la tragedia di Birlstone, non ti sorprenderà sentirlo. Ti cercherò io presto. Addio, e cerca di stare bene mio caro ragazzo, fino a quando ci vedremo ancora. Più avanti nella settimana o forse la prossima»
«Sono davvero dispiaciuto per Harry Pinner, mio caro amico» dissi.
«Niente va come vorremmo andasse, non è così?» mi chiese dolcemente «Niente. Penso che ciò sarebbe abbastanza per spingere un uomo a scomparire, se sotto tale pressione. Ma non in quel modo. Non auto massacrandosi. Scomparire sì, questo lo capisco bene. Ma l'altra scelta è definitiva»
«Cosa intendi dire con "scomparire"?».
Il mio amico andò verso la finestra dove poggiò un pugno mezzo aperto al vetro e vi si appoggiò con la fronte. Per diversi minuti si limitò a guardare il traffico con la luce che gli creava strani giochi sui capelli scuri. Io aspettai. Poi alla fine parlò.
«Ho fatto ancora quel sogno la scorsa notte. Che avevo assorbito dentro di me tutti i mali del mondo come con un'enorme iniezione. L'avevo fatto di mia volontà. Tutti a Londra erano felici, John. Tutti. Ma non volevano più niente, non avevano desideri irrealizzati. E morivano tutti uno a uno»
«Era solo un sogno» gli dissi con devozione «mi devi credere. È sempre solo un sogno»
«Ma se ti sentissi così» sussurrò lui «non vorresti scomparire? Semplicemente non essere niente, nessuno di importante? O almeno non lo desidereresti?».
Prima che potessi rispondere si era girato per andarsene. E in tutta sincerità, non sapevo che risposta avrei potuto dargli. Holmes esitò, la mano sulla porta, con il corpo messo ad un'angolazione per cui potevo chiaramente vedere le sue mani emergere dalla sua immacolata biancheria francese, uno degli innumerevoli modi per cui seppi che mi amava ancora prima che ne fosse al corrente lui stesso.
«Ho visto tua moglie entrando» aggiunse «mi ha invitato a cena».
Un nodo di paura si attorcigliò nella mia gola all'improvviso «Holmes ti prego non…»
«Ho accettato» mi interruppe. La mia faccia deve aver riflesso la mia totale incredulità, perché lui si accigliò subito e alzò una mano «So quello che pensi di me, John. So chi credi che io sia, e so che quella persona è più vicina all'essere un mostro di quanto tu sia mai disposto ad ammettere davanti a me. No, fammi finire. È stata tutta colpa mia. Ho inventato io quell'uomo e mi assumo ogni responsabilità per le mie azioni. Tutte le mie azioni, per quanto riprovevoli. Ma non posso permettere che tu creda che un uomo valga solo la somma dei suoi errori. Per il tuo bene, non per il mio. Ho la sensazione che se un giorno riuscirai a dimenticare riuscirai anche a pensare meno male di te stesso. E con questo unico scopo in mente, spero che tu possa davvero perdonarmi»
«Ti ho perdonato appena hai sbattuto la porta uscendo» riuscii a dire con un groppo in gola.
«Allora non ti dispiaceranno le mie occasionali invasioni alla tua tavola, devo supporre» Holmes si mise in testa il cappello con cura e tirò fuori dalla tasca i suoi pallidi guanti estivi. Ritornò verso di me riflessivo, poi posò le sue straordinariamente leggiadre dita della mano sinistra sopra al mio ginocchio per un istante.
«Non devi temermi, mio caro amico» mormorò «né devi temere che arrivi qualcun altro. Non c'è un altro uomo per me in questo mondo, ma nonostante questo… no, per questo, giuro che non ti ferirò così un'altra volta».
Non furono le parole che aveva usato che mi fecero credere a quello che aveva detto, e neanche la sua stranamente spirituale convinzione che se io fossi riuscito a non considerarlo un mostro non avrei considerato tale nemmeno me stesso. Fu la delicatezza eterea del suo discorso, così lontana dalla sua solita asprezza pungente.
«Nè io ferirò te» soffiai «ti dò la mia parola»
«Sei consapevole di quanto tu sia un brav'uomo?» chiese. Un sorriso innocente, uno di quelli che non avevo mai visto fare a Holmes in tutta la mia vita, gli balenava sulle labbra «E senza neanche cercare di esserlo»
«Ma certo che cerco di esserlo» risi, tentando invano di controllare la mia voce «ci provo ogni momento di ogni giorno»
«Sì, è questo che volevo dire» annuì. Abbassò la mia testa e mi baciò in mezzo alle sopracciglia «la maggior parte di noi non ci prova mai»
Un minuto dopo era svanito. Vidi un lucente cilindro nero passare nel cortile fuori dalla mia finestra e poi un uomo bello, alto e magro tuffarsi nel traffico pedonale di Londra. Guardando la porzione di marciapiede dove era appena transitato, pressai le mie dita sopra al segno che la sua mano aveva lasciato sul vetro.
Tutto questo anni fa, naturalmente. Esclusi frequenti telegrammi, rare cene e ancor più rare risate, e la sensazione delle sue dita posate mestamente sul mio gomito mentre mi guidava in direzione di una carrozza; solo tre volte, durante quegli anni, Holmes mi strinse la mano, quando per nessun motivo legato alla comune cortesia sarebbe stato costretto a farlo, e indugiò nella stretta per esattamente due secondi di troppo. Una volta i suoi occhi caddero sull'incavo della mia gola prima di tornare forzatamente al mio viso. Soltanto una volta, in un'altra singola occasione, quando ci mancò poco che mi sparassero, lui afferrò la mia testa con veemenza fra le sue mani e poggiò la fronte contro la mia con infinita gentilezza prima di voltarsi e allontanarsi in silenzio. Non ci fu mai più di questo. In qualche modo era abbastanza. Non lo sarebbe stato se lui non mi avesse amato.
Ma mi amava.
Ed ora sono qui con il suo biglietto in grembo. Anche se non riesco a dargli un senso. Non riesco a dare senso a nulla. La mia mente è morta. E per una volta non posso chiedere a Holmes di spiegarmi tutto.
Gli agenti svizzeri mi trattano gentilmente, ma mi chiedono cose che non posso dire loro, e mi sono chiuso se possibile ancora più in me stesso di quando assistetti alla strage di Maiwand. Qualcuno venti minuti fa ha notato che stavo rabbrividendo terribilmente e mi ha messo una coperta di lana pesante attorno alle spalle. C'è del caffè sul tavolo vicino alla mia mano e ci sono anche del tè e del brandy, niente che tuttavia abbia richiesto. Loro vogliono solo che li veda quando mi parlano. L'hanno voluto per due giorni. Ma è troppo presto, devo riflettere. Appena mi lasciano tornare nella mia stanza d'albergo scrivo tutto quello che è successo, ogni straziante particolare, perché non posso sopravvivere senza la risposta, e poi loro mi ritirano gentilmente la penna, cercando di decifrare la criptica stenografia con la quale ho riempito innumerevoli fogli bianchi.
Adesso la testa mi duole costantemente. Il commissariato risuona di uomini che mandano telegrammi oltre oceano e ne ricevono di freschi in risposta. Me ne mettono davanti agli occhi uno da parte di Mycroft Holmes ma non riesco a leggerlo. Ero abituato a leggere ad alta voce a Holmes i suoi telegrammi. Adesso i simboli scritti sopra sarebbero potuti essere anche un mucchio di impronte lasciate dai polli nella polvere per il senso che hanno per me. C'è solo uno scritto che io possa leggere, ed è quello nella sua grafia che trovai nella tasca del mio soprabito quando raggiunsi l'hotel a Meiringen dove nessuna donna invalida necessitava le mie cure. Non è né firmato né indirizzato. Ma riconoscerei la sua grafia dovunque, e quel biglietto non si trovava lì quando mi vestii quella mattina.
«… come sembra, Sergente, ma le assicuro che è l'uomo più saldo che sia mai vissuto. Avrei dovuto saperlo a quest'ora. Possiamo lavorare alla sua deposizione prima della partenza, ma sono stato incaricato di riportarlo a Londra e questo è esattamente quello che intendo fare. Non le consiglio di mettermi i bastoni fra le ruote».
Conosco questa voce.
Quando alzo gli occhi capisco di non dover allungare il collo più di tanto. Un uomo basso, vestito in modo trasandato ma meticoloso con due occhi illuminati da una strana luce e incastonati in un viso semplice e affilato si piega e mi stringe la spalla. Le sue labbra sono sottili e le sue sopracciglia folte. È molto pallido ma sembra altrettanto calmo.
«Cosa ne pensa, Dottore?» chiede Lestrade, scuotendomi quasi impercettibilmente «torniamo in hotel per un buon pasto, poi un altro po' di burocrazia e si torna a casa?».
Camminiamo piano tornando verso l'hotel, le persiane rosse scintillano dalle finestre delle case dei contadini. L'aria è quasi insopportabilmente fresca adesso che lui ha nominato Londra. Ma Londra esisterà ancora, dopo tutto? Londra può sopravvivere senza Sherlock Holmes a percorrere le sue strade?
Non devo pensarci adesso. Mi devo concentrare per non farmi risucchiare nelle profondità della terra dagli abissi che mi circondano.
«Lestrade» dico quando riesco a ricordarmi come si parla ad alta voce «grazie, mille volte grazie»
«Non mi deve ringraziare, glielo assicuro, Dottor Watson»
«Lei non mi ha offerto condoglianze» osservo.
All'inizio non mi risponde.
«Eccole un mistero» dice lentamente Lestrade.
Tiene una delle sue minuscole mani gentilmente poggiata contro il mio gomito. Lasciando andare il mio braccio l'Ispettore tira fuori una busta dalla sua tasca. «Il signor Holmes non le ha mai permesso di posare gli occhi sul contenuto di una busta blu etichettata "Moriarty" e archiviata nella casella M, vero?».
Resto in silenzio e lui annuisce di conseguenza. Nessuno poteva avere accesso a quei documenti, nemmeno lo stesso Mycroft Holmes prima che i tempi fossero stati maturi. E poi il momento era arrivato e Scotland Yard aveva colpito, con Patterson, Gregson, Lestrade e tutti i nostri amici, e noi eravamo fuggiti.
«Ed ecco quindi cosa voglio sapere» continua Lestrade, teneva la sua voce ostinata sotto controllo per non farla risuonare a più di qualche centimetro in ogni direzione. «Come può aver fatto lei a scrivermi un biglietto e poi ad averlo nascosto nella casella M se non aveva il permesso di accedervi?».
Mi passa un foglio di carta che dice: 

Quando starà leggendo questo biglietto saranno già accaduti gravi eventi che mi obbligheranno a chiederle una favore in nome della nostra amicizia. Quello che Holmes ha fatto non può essere cambiato, che Dio ci assista, come il moto della terra non può essere fermato, ma una volta che sarà finita avrò bisogno di averla al mio fianco, ne sono certo. Odio impormi con così poco preavviso, ma la prego… se sta leggendo e le sono mai stato a cuore… lasci quello che sta facendo, lasci la banda di Moriarty in mani capaci e voli a Meiringen.
Dottor John Watson

«Non l'ha mai scritta vero?» osserva Lestrade mentre guardo giù verso la mia stessa grafia.
«Come fa a dirlo?» chiedo confuso «la calligrafia è perfetta»
«E anche il fraseggio» Lestrade annuisce «sembra scritto da lei fino all'ultimo aggettivo. Ma era chiuso dentro la casella M, quindi gli ho dato un'occhiata più approfondita visto che mi sembrava poco probabile che fosse stato lei a metterlo lì. Lei e il signor Holmes avete condiviso la carta da lettere per così tanto tempo che avrei anche potuto non notarlo. E non l'ho notato, non fino a quando stavo guardando il biglietto durante la traversata della Manica. Questa carta non viene dal suo studio. Viene da Baker Street. Non serve che le dica Dottore che non mi importa se sia stato il diavolo in persona a scrivere questo messaggio. Sono stato incaricato di raggiungerla e ho eseguito i miei ordini»
«Dio mio» mormorai.
«Ma c'è altro» ipotizza Lestrade, mi conosce troppo bene «che cos'è, Dottore? Che cosa ha trovato?».
Porgo all'Ispettore il biglietto che ho in tasca del cappotto, quello che ho trovato l'istante stesso in cui il mio amico doveva essere morto. Mi costa separamene, ma meno con Lestrade che se si fosse trattato di qualcun altro. E in ogni caso Lestrade non l'avrebbe potuto comprendere. C'ero solo io nel mio studio medico il giorno che Holmes mi pregò di perdonarlo per la cosa più crudele che mi avesse mai fatto, e quindi solo io posso leggere un qualche segreto nell'ultima comunicazione di Holmes. Il messaggio dietro il portasigarette non è mai stato veramente per me, ma per la polizia svizzera. Lui non poteva sapere chi per primo sarebbe arrivato sulla scena.
Quando l'aveva scritto? Lo sapeva? Che cosa sapeva? Stava pensando alla vita o alla morte? E perché prendersi tanta pena per ricordarmi un giuramento prestato nel mio studio medico così tanto tempo prima se non fosse stata una premunizione della sua stessa sorte? Ogni singola lettera è come un simbolo di un mistero più profondo… eppure vi è un unico significato possibile.
Stava cercando di dirmi qualcosa a proposito di scomparire… che lui è in grado di comprendere e io no. E inoltre che io devo obbedirgli, anche da morto. Che devo tornare indietro, amare mia moglie e devo vivere senza di lui.
Il biglietto recitava:

Erect and sublime, for one moment of time.
In the next, that wild figure they saw
(As if stung by a spasm) plunge into a chasm,
While they waited and listened in awe [1]


FINE


Note:
[1] Strofa da "The huntinh of the Snark" poema umoristico del 1874 di Lewis Carrol


H/W [traduzione] Softly and Suddenly - parte 1
rowen12
Salve a tutte ^^ sono tornata con una traduzione sempre da Katie Forsythe e sempre Holmes/Watson anche se questa volta è moooolto più spinta del solito ¬¬ 
Vi devo avvertire che il rating è ben più che rosso e che c'è da soffrire ampiamente. Per questo è una delle mie fic preferite in assoluto XD
I copyright sono di A. C. Doyle e di katieforsythe. Trovate la storia originale sul LJ del suo progetto.
Buona lettura (lunga, sorry) e buona sofferenza. Non giudicate troppo malamente il nostro Holmes, la sua situazione è terribile.
La storia fa riferimento a due racconti di Doyle: "L'impiegato dell'agenzia di cambio" e "Il problema finale" 
Non ci sono altri avvertimenti a parte la dolcezza di Lestrade nella terza parte, la presenza (seppur limitata) di Mary Watson e le mie note alla fine di questo capitolo.

PARTE 1

Poco dopo il mio matrimonio acquistai una pratica medica nel distretto di Paddington. L'anziano signor Farquhar, dal quale l'avevo comperata, soffriva di una terribile forma del Ballo di San Vito e fu quindi bendisposto ad accettare la mia offerta di sollevarlo dalla mole di lavoro che gli pesava sulle spalle quando glielo proposi. In quanto a me, ero ugualmente ansioso di tornare alla vecchia routine. Mi trovavo in un periodo tumultuoso della mia vita, instabile e incerto, e speravo che lavorare per il mio sostentamento avrebbe potuto scacciare una parte della noia che era calata su di me l'istante stesso in cui mi ero separato da Sherlock Holmes.
La chiamo noia, ma nel suo senso della parola piuttosto che in quello comunemente riconosciuto, perché era un miscuglio di monotonia, nostalgia e rassegnazione, il tutto condito con un gran mal di stomaco. Quello fu un periodo doloroso, e uno sul quale non mi piace rimuginare, ma sono forzato a farlo, e con cura, a causa del mio attuale stato di confusione e ansiosa agonia. Con cura, e sulla carta: un mezzo che ha sempre posseduto il potere di chiarire i miei pensieri.
Devo farlo, o impazzirò di certo… perché lui se n'è andato.
No, no, non può essere andato.
Assente forse, ma morto… Come posso aver scritto una cosa del genere? È come se scriverlo rendesse l'incubo reale. Mi piacerebbe dire che fu quest'azione a causare il tremore che scuote la mia mano, ma non è così. Le mie mani non smettono mai di tremare, non da quando vidi l'alpenstock appoggiato a quel masso. Non so se smetteranno mai di farlo. Avevo intuìto, infreddolito e con gli abiti consumati seduto su un treno mentre tornavo in Inghilterra tutti quegli anni fa, che la paralisi si sarebbe dissolta col passare del tempo. Ed avevo avuto ragione a pensarlo, non importava quanto totale fosse stata la mia sofferenza. Dovevo solo aspettare. Il tempo guarisce molte cose, e quello che non guarisce spesso smorza. E così fu per me. Ma nemmeno il tempo servirà, in questo caso, se lui non respira più.
Mi chiedo, in nome del Cielo, cosa mai mi avrebbe potuto salvare se lui fosse andato dove non avrei potuto seguirlo.
Scrivere. Devo scriverlo. Se non riuscissi a scriverlo, ad estrarre la verità con precisione chirurgica dalla mia confusa raccolta di memorie, non sarei stato degno di lui in primo luogo. È quello che avrebbe fatto anche lui al mio posto. A questo punto lui avrebbe già scoperto la verità.
Allora lasciatemi essere brutalmente fedele alle prove… lui se n'è andato. Questo si sa, ed è la cosa peggiore.
Ma andato dove? Andato a nascondersi in terre lontane, o forse vicino, acquattato da qualche parte nel cuore di Londra, a far passare il tempo? O fuggito, andato rapidamente verso la salvezza, il clima mite e le spiagge sassose del sud della Francia? Addormentato in un caldo e asciutto fienile? Scappato per sfuggire a fucili ad aria compressa con un proiettile piantato nel petto?
Freddo e immobile sul fondo di una crudele cascata?
Ma sto andando troppo in fretta.
Non dovrei scrivere di questo fatto prima di quando sarò costretto a farlo. Anche le altre eventualità sono tremende, ma niente mi salverebbe se lui fosse davvero morto. Posso sopportare la sua assenza, penso, anche se è un tormento. Il fatto che potrebbe non esistere più mi demolisce da capo a piedi. Forse è così che capirò la verità, se scrivere non mi servisse a niente. Se lui sopravvive anche io sopravviverò, in sintonia parallela.
Sto dicendo delle assurdità.
Dio abbia pietà di me, dove ho la testa?
Comincerò dall'inizio allora, e cercherò di dare un senso alla faccenda mettendola nero su bianco. Devo essere assolutamente metodico nel farlo, così da produrre un effetto che mi sia di una qualche utilità. E in ogni caso devo affrettarmi. La gente continua a guardarmi, nei loro occhi c'è una compassione che adesso si mescola alla curiosità. Ma possono fare quello che vogliono, perché devo ancora pensarci sopra.
Soffrivo, quindi, di noia. La versione di Sherlock Holmes della parola, piuttosto che quella del dizionario.
Non dico che non volessi bene a Mary. Mia moglie è una donna bella ed intuitiva, schietta nella migliore delle maniere, con capelli biondo pallido e il cuore più gentile su questa Terra. Sembrò amarmi fin dall'inizio, e ogni volta che il tempo era grigio mi pregustavo la prospettiva di sedere con lei a cena e più tardi discutere insieme di quel genere di romanzi di cui Holmes si faceva sempre beffe e che Mary adorava come facevo io.
Ci leggevamo libri a vicenda costantemente in quel periodo. Leggevamo storie di selvaggi e isole sperdute, di pirati dall'indole nobile, di navi saccheggiate o rivoltate dagli elementi atmosferici e di orfani ereditieri di fortune improvvise. Mary Watson e io ci leggevamo libri a vicenda fino a che i nostri occhi non riuscivano più a seguirne le righe, e poi andavamo a letto… facevamo l'amore, brevemente e teneramente, oppure dormivamo semplicemente. Lei non era troppo fantasiosa in camera da letto, ma penso che le le piacesse che spesso le lasciassi condurre il gioco. Non volevo privarla di niente, volevo essere il migliore dei mariti. Le dovevo questo e molto di più, e quando ripensavo alla vera ragione per cui l'avevo sposata mi bastava entrare nella libreria più vicina e comprarle un simbolo del mio affetto fresco di stampa. La amo tanto quanto un uomo possa amare una donna… o meglio, la amo tanto quanto un uomo attratto da altri uomini possa amare la donna alla quale ha vincolato la propria esistenza.
Devo andare ancora più indietro. Devo andare fino in fondo. Non potrò capire cosa realmente gli abbia fatto finché non esaminerò il caso sin dalla sua origine. E come vorrei conoscere questa origine… Ogni volta che il mio amico mi rimproverava di cominciare a raccontare le storie dalla fine io credevo, forse poeticamente parlando, di stare cominciando invece dall'inizio.
Holmes sapeva sempre quale fosse l'inizio. Ultimamente mi trovo spesso a desiderare di essere più simile a lui, non importa quanto fosse crudele.
La prima lettera di ricatto che io e Holmes ricevemmo fu una farsa grottesca; il mio amico le diede una sola occhiata, rintracciò il mittente tramite timbro postale, varietà di carta e grafia, e il criminale si ritrovò sotto custodia della polizia per incendio doloso prima che il sole della sera seguente fosse tramontato. Che fosse o non fosse colpevole di aver appiccato un incendio trascurai di chiederlo, ma i suoi legami con un gruppo di anarchici certo rovinarono la sua credibilità quando negò il fatto con veemenza. 
Il tentativo successivo fu più sottile e richiese uso di diplomazia: nell'ironica forma che vide Holmes mettere le mani su alcuni documenti che incriminavano lo stesso ricattatore, informarlo che sarebbe stato più che felice di renderli noti e pubblicarli tramite un articolo diffamatorio proprio come quell'uomo era disposto a fare con noi. 
Poi un biglietto satirico e goffo scritto da un ispettore di polizia cadde nelle mani di Lestrade, che ebbe la lealtà e il tatto di comunicarci il suo contenuto prima di bruciarlo e di trasferire il furfante al St. Giles.
Poi ci furono Milverton e i quattro mesi della sua speciale sorta di inferno; adesso è morto, anche se non per mano nostra.
Mi divenne chiaro, dopo che Charles Augustus Milverton andò incontro alla sua fine, che non potevo più affrontare la nostra vita insieme. Per il bene di Holmes oltre che per il mio. E riguardo al mio bene…
La nostra convivenza non era mai facile. Non era nemmeno mai calda. Non deliberatamente. Era bollente, sì, fatta di immense ondate di fuoco e in grande quantità. E di gelo in abbondanza. Ma mai di semplice calore, e mai di proposito. Non disse mai una volta di amarmi dopo l'inizio della nostra relazione, preferendo sollevare un sopracciglio quando gli parlavo di quanto fossi alla sua mercé, o sorridere quando lo stringevo a me disperatamente, per respirare la sua stessa aria. Ma lui mi amava, tuttavia. Il calore riusciva ad insinuarsi nei suoi modi tramite innumerevoli e adorabili errori di calcolo. È questo ciò che adesso mi distrugge e mi conforta allo stesso tempo, perché lui mi amava talmente tanto che non posso credere abbia potuto gettarsi da un burrone, anche se non di sua spontanea volontà. Mi amava con una tenerezza silenziosa che mi addolora ricordare, fermava le carrozze nell'istante preciso in cui mi vedeva zoppicare oppure mi guardava quando qualcosa lo entusiasmava per vedere se entusiasmasse anche me allo stesso modo. E ogni volta che una nuova minaccia tramava per scheggiare la nostra vita così accuratamente protetta, il mio amico reagiva con una determinazione che lo faceva stare male fisicamente. E quindi riguardo al suo di bene…
Rasentava le manie suicida. Holmes avrebbe rinunciato a tutto, si sarebbe consacrato totalmente al compito di proteggerci… di proteggere me. Avrebbe potuto non dormire per giorni dimenticandosi di mangiare pur di rimettere le cose a posto. E lo avrebbe fatto invano. Oh, ebbe successo ogni volta, ma nessuna di quelle volte fece la differenza. E le maglie del setaccio si stavano allargando sempre di più mano a mano che il tempo passava. Sherlock Holmes non poteva guardarmi, o io guardare lui, senza che si accendesse un'alone di devozione ad unire i nostri sguardi. Era impossibile. L'amore riempiva l'aria tra di noi anche quando lui stava fissando un cadavere e io accuratamente prendendo appunti per il caso. In un mondo diverso sarebbe stato meraviglioso. Ma non nel nostro. Nel nostro significava emarginazione sociale della peggior specie, quella che seguiva l'assoluzione da un processo per sodomia. E quindi affrontai la scelta di sposarmi oppure di guardare l'uomo per cui mi sarei fatto tagliare un braccio impazzire nel tentativo di evitare che venissimo smascherati.
Non posso nemmeno negare che desiderassi avere un po' di vero calore, e questo lo ricordo bene.
Fu un errore spaventoso, naturalmente. Adesso lo so, perché fu lui a dirmelo. Quando era qui.
Vivo.
Che Dio mi aiuti, che cosa gli ho fatto?
Per i tre mesi che seguirono il mio acquisto dello studio medico fui molto preso dal lavoro e vidi ben poco il mio amico, perché ero troppo occupato e troppo ferito per andarlo a trovare in Baker Street, e lui raramente usciva di casa se non per motivi connessi ai suoi casi. Fui scioccato, dunque, quando, una mattina di giugno, mentre sedevo dopo colazione leggendo il British Medical Journal, udii il campanello alla porta e la voce alta e stridula del mio ex compagno.
«Ah, mio caro Watson» disse, entrando a grandi passi nella stanza. Poi si fermò.
Mi accorsi di essermi alzato, anche se non sapevo bene perché. Il mio cuore smise di battere, pensai, per poi riprendere quando venne attraversato da un giavellotto invisibile. O almeno era quello che provai.
«Mio caro Holmes» mormorai.
Sherlock Holmes è un uomo che impone fisicamente la sua presenza in qualsiasi ambiente occupi, salvo quando sta cercando di rimanere inosservato. Quella mattina voleva che io notassi ogni dettaglio, ogni occhiello della sua giacca, ogni capello nero sulla sua nuca. Non voleva nient'altro. E quindi, visto che ero stato invitato a guardare, guardai. La difficoltà nel descrivere quanto fosse meraviglioso vederlo non è qualcosa che possa essere sopravvalutato. Mi guardava con freddezza dall'alto della sua statura, soave ed elegante come sempre, in pantaloni grigi e giacca a doppio petto di un color nero carbone. Poi lasciò cadere il suo cappello di seta su di una poltrona. Giurerei, se questo avesse avuto un senso logico, che Holmes fosse capace di risultare più alto quando desiderava sembrarlo, perché il mio soffitto apparve improvvisamente dell'altezza di un inutile sottotetto. La sua pelle chiara era leggermente ambrata dal sole di giugno, una condizione che normalmente perdura in luglio e per metà agosto, e poi passa come la fioritura dei gigli fino all'arrivo di un altro anno. L'espressione nei suoi occhi del color dell'acciaio era completamente imperscrutabile, ma gli sguardi imperscrutabili negli occhi di Holmes mi dicono che la sua mente è inquieta, e poi era ancora più magro del suo solito. Le sopracciglia altere del mio amico si contrassero quando gli offrii la mia mano. La afferrò, tuttavia, stringendomela solennemente. Toccarlo era per me intossicante quanto una delle sue droghe.
«Confido che la signora Watson si sia ripresa dagli avvenimenti della nostra avventura del Segno Dei Quattro» disse con un tono che avrebbe potuto frantumare la finestra alle mie spalle. Ripensandoci mi sorprende che non l'abbia fatto.
«Stiamo entrambi benissimo, grazie»
Lasciò la mia mano e rimise entrambe le sue in tasca. Poi sembrò molto interessato alla mia libreria e vi indugiò vicino per un po'. Holmes passò un singolo, incredibilmente adorabile, dito sulla costa sgualcita di un vecchio volume di racconti.
«La sepoltura prematura sarà certo stato un testo di cupo interesse» disse mordacemente.
«Mi è sempre piaciuto Poe. E anche a Mary» aggiunsi.
«Splendido. Confesso però di non riuscire a immaginarmela apprezzare gli stessi romanzi ampollosi che ami tu, mio caro amico, ma mi congratulo con voi senza riserve».
Non riuscii a pensare a niente da dire. Finii col guardarlo leggere i titoli, desiderando di intrappolarlo tra mie braccia, lì dove stava, con un fianco elegantemente più in alto dell'altro, ma sapendo di non poterlo fare. Non avrei mai desiderato Mary quanto desideravo Holmes, ma lei meritava fedeltà. Fu la prima condizione che misi in chiaro con il mio amico quando gli annunciai la mia intenzione di sposarmi con relative motivazioni.
Sherlock Holmes non mi ordinò mai di non farlo. Penso che se l'avesse fatto ci avrebbe potuti salvare entrambi. Se mi avesse comandato di non sposarmi credo che gli avrei obbedito. Il suo silenzio sull'argomento, in effetti, fu assordante. Tanto fragoroso quanto quello in materia d'amore era stato muto. Holmes mi aveva praticamente sfidato ad andare fino in fondo, e poi ognuno per sé. Ma quando gli dissi che, fisicamente, sarebbe finita fra noi una volta che fossi stato sposato, Holmes aveva solo osservato che se avessi davvero voluto sposarmi non avrei dovuto preoccuparmi minimamente di ciò, perché lui non avrebbe più voluto avere niente a che fare con me.
«Holmes, sono felice di vederti» dissi alla fine «Lo sono, davvero. Mi sei mancato terribilmente. Ma non puoi essere venuto qui per discutere i nostri diametralmente opposti gusti in fatto di letteratura».
«Sono qui per due ragioni» mi rispose pensieroso, ma non si girò verso di me. «Una di queste probabilmente ti seccherà. Recentemente ho avuto bisogno della monografia che ho scritto sul deterioramento osseo quando il corpo di una vittima viene distrutto attraverso metodi vari… calce viva, fuoco e così via. Non sono riuscito a trovarla da nessuna parte ed è ormai fuori catalogo».
«Perdonami» dissi, raggiungendolo davanti alla libreria «uno o due dei tuoi libri sono stati portati qui durante il trasloco perché erroneamente messi sui miei scaffali, e non ho avuto il tempo di… eccolo qua. Mi dispiace, Holmes. Mi è passato di mente. E questo è il tuo Michel De Montaigne, credo».
«Probabilmente hai ragione, visto che dopo tutto non sei in grado di leggerne neanche una parola» concordò, prendendo sia il piccolo volume blu che l'altro, più grande. «È uno dei miei preferiti, sai?».
«Riesco a leggerlo abbastanza bene» lo corressi «alcune delle sfumature andranno perse senza dubbio, ma la lingua è notevolmente accessibile. "Se insisti a chiedermi il motivo per il quale lo amavo, non posso dirti altro che era perché lui era lui e io sono io"». [1]
«La seconda ragione» disse Holmes ignorandomi del tutto «è perché spero che i doveri di un medico e le catene di un matrimonio non abbiano del tutto eliminato l'interesse che avevi l'abitudine di nutrire per i nostri piccoli rompicapo deduttivi».
Un brivido mi percorse interamente. Non avevo avuto il coraggio di chiederglielo. Sapevo che era pericoloso, sapevo anche che passare del tempo con lui era precario come attraversare uno zoo sprovvisto di gabbie, ma avrei attraversato l'inferno stesso pur di avere la possibilità di stare con lui, anche se non avrei più potuto averlo.
«Al contrario» gli assicurai con entusiasmo «proprio ieri sera stavo riguardando i miei vecchi appunti classificando alcuni fra i nostri casi passati».
Gli occhi grigi di Holmes guizzarono sui miei. Poi brillarono, con una luce che era per metà apprezzamento della mia lusinga e per metà glaciale autocontrollo. La vampa del sole e l'austerità della luna. Mai il calore della terra a mettersi fra di essi.
«Allora se ti chiedessi di abbandonare tutto, lasciar perdere i pazienti e venire con me a Birmingham all'istante, diresti di sì anche senza che io ti abbia detto una sola parola riguardante il caso?».
«Mille volte sì. Stavo cercando un modo per chiedertelo… sì in ogni caso, Holmes».
Portò una mano verso l'alto mentre l'altra continuava a cullare i libri. Holmes fece scorrere la punta di un dito lungo la linea della mia mascella, così delicatamente che potei appena sentirla.
«Vedo che sei stato poco bene recentemente. I malanni estivi sono sempre una scocciatura».
La sola vicinanza del mio amico era esasperante, ma non avevo il cuore di allontanarmi da lui. «Pensavo di essermi liberato di ogni traccia di quel raffreddore».
«Ed è così. Hai un aspetto incredibilmente robusto» disse lui, facendo trillare la "r". «Sembra che il matrimonio ti abbia dotato di un'indefinibile aria di salutare normalità, di quel tipo che io posso solo sognare di raggiungere. Ho dedotto il raffreddore dalle tue pantofole. Stai davvero per sparire dal tuo ambulatorio per seguirmi a Birmingham in questo preciso istante?».
«Se lo desideri, Holmes».
«Il mio cliente è stato fuori seduto in carrozza ad aspettarci per tutto questo tempo» ammise con un mezzo sorriso.
«Ah davvero?» risi. «Be', in questo caso mi dispiace averlo fatto attendere. Potremo andare subito dopo che avrò parlato con il mio collega della porta accanto. Il mio vicino è sempre disponibile a prendersi cura dei miei pazienti, e io dei suoi, quindi non ci sarà alcun problema».
«Allora io e te ci dissolveremo delicatamente e inaspettatamente [2]. Non potrebbe esserci niente di meglio» disse piano Holmes.
Il suo tono significava l'esatto opposto. C'era una cosa che sarebbe stata decisamente meglio, e lo sapevamo entrambi. Ma andai comunque con il mio amico a Birmingham, agli uffici della Franco-Midland Hardware Company in Corporation Street, dove risolvemmo il mistero del signor Hall Pycroft e per di più salvammo un uomo dal suicidio. Mi sentivo di nuovo vivo, come non lo ero stato per mesi. Il nostro cliente era un piacevole giovanotto che stava cercando di farsi strada nel mondo, dal viso fresco e intelligente e brusco nel parlare, e il suo problema… sebbene non uno eccessivamente complesso per i gusti di Sherlock Holmes, faceva sentire me meravigliosamente a casa.
Era da molti mesi che non sedevo in uno scompartimento ferroviario con le ginocchia che sfioravano quelle del mio amico, ed era passato ancora più tempo da che non avessi colto lo scintillio nei suoi occhi mentre mi guardava ascoltare il resoconto di una misteriosa macchinazione. E c'è una sostanziale differenza tra il curare un attacco di catarro ad un anziano signore ed impedire a un uomo di impiccarsi in maniera così drammatica. E una volta passati i settanta minuti del nostro viaggio di ritorno a Londra mi trovai quasi in stato di panico al pensiero che l'indomani non mi avrebbe portato nessun segno né suono appartenente al primo e unico consulente investigativo del mondo. L'angolazione con la quale tutti i suoi lunghi arti si piegavano all'interno di quello scompartimento ferroviario mi era tanto familiare quanto confortante, come le preghiere della sera potevano essere confortanti per un bambino.
«Grazie per essere passato, Holmes» dissi quando ci separammo. Eravamo in piedi sul binario della ferrovia mentre una nube improvvisa oscurava il sole che tramontava nel rosso dell'orizzonte «spero che in futuro…»
«In futuro non c'è nessuna garanzia che questo possa avvenire con una qualche frequenza» mi interruppe con freddezza.
Holmes si accese una sigaretta con le sue lunghe mani pallide, e lo fece esattamente davanti ai miei occhi. Lo aveva fatto di proposito, lo sapevo, ed era un'altra silenziosa dichiarazione. Lo era stata per anni.
«Capisco»
«Watson, non sto dicendo che non sia valido anche il contrario» disse quando abbassai lo sguardo «ma dopo tutto, gran parte dei motivi della mia visita di oggi avevano a che fare con lo scoprire dove fossero finiti i miei libri. E l'ho scoperto» concluse «O no?»
«Esattamente quale percentuale del fatto che tu sia venuto a trovarmi hai la pretesa di attribuire al recupero di proprietà perdute, mio caro amico?» replicai ferito.
«Più di quanto tu creda» lasciò la sigaretta fra le sue labbra e tese la mano per salutarmi. La strinsi, e quando la lasciai andare la sigaretta tornò con leggerezza ad occupare un magico piccolo spazio tra il suo dito indice e il medio «O forse lo sai eccome. Chissà. È sempre stata tua abitudine ridurre l'enfasi della tua perspicacia. Riguardati, Watson» disse con irriverenza mentre si allontanava.
Lo guardai andarsene. Le code del suo cappotto scuro svolazzavano nella sua scia mentre osservavo i suoi movimenti fra la folla, una figura incredibilmente alta in mezzo ad un mare di grigie bombette e opachi cappellini scozzesi. C'è qualcosa nel modo che ha Sherlock Holmes di camminare che fa sembrare le strade sotto i suoi piedi di sua privata proprietà. È una gioia vederlo camminare, in parte è dovuto alla sua grazia innata e in parte alla certezza che ho di poter nominare un vicolo qualsiasi di Londra e che lui mi ci saprà portare a piedi e senza una sola svolta sbagliata. Londra appartiene a Holmes, dopo tutto, così interamente come gli appartengo io. Mentre lo perdevo di vista nella folla, feci finta di ripensare a cosa volesse dire con quel riferimento ai suoi libri per paura che si girasse all'improvviso.
Fortunatamente mantenne lo sguardo innanzi a lui, perché sarebbe stato meglio per entrambi. Ma lui sapeva che lo stavo guardando, lo sapeva in ogni caso. Anche semplicemente uscire da una stazione ferroviaria diventa una performance per uno come Sherlock Holmes.
Quando arrivai a casa quella sera mi sentivo abbastanza colpevole per la gioia che avevo provato solo ad essergli stato vicino per poche ore da essermi bastato per passare in libreria ad acquistare un romanzo nautico per mia moglie.
«Eccoti qui» disse lei con affetto. Mary sedeva vicino alla finestra buia, con una mela del pallido tono giallo dei suoi capelli, che giaceva mezza mangiata in una mano e un volume di poesie sulle sue ginocchia. «Grazie per aver lasciato quel biglietto. Altrimenti avrei potuto morire di fame mentre ti aspettavo per la cena».
In quel momento era bellissima anche per me. Seppur dall'aria fragile e femminea, la sua franchezza indulgente mi ispirava il più profondo affetto.
«Mi dispiace» dissi piegandomi per baciarla sulla bocca «per essermi dissolto delicatamente e inaspettatamente» la sua bocca sapeva di mela e quel piccolo e sciocco pensiero mi fece sentire ancora più affezionato a lei.
«Ma sei tornato» sorrise. Mi passò la mela e io ne morsicai un pezzo con riconoscenza. «Dunque lo Snark non era un Boojom. E allora che cos'era?»
«Lo Snark era Sherlock Holmes» [3]
«Oh caro, è meraviglioso» esclamò «dev'esserti mancato per tutto questo tempo, ora che mi ci fai pensare»
«Sì, mi è mancato»
«È colpa mia» disse con espressione ironica «sono così timida quando c'è lui, e così distante in generale che tutto il lavoro che si confarebbe a una brava padrona di casa è lasciato a te. Ma non sarà più così. Non voglio che tu pensi che io mi vergogni così tanto di me stessa, quando lui è nei paraggi, da lasciare che tu ne soffra, tesoro. Smettiamola di rispettare quella che tu chiami la sua riservatezza da Bohèmien e invitiamolo a cena. Oh e che cos'è questo? "La vendetta dell'intrepido coraggioso". Grazie… no, non cominceremo ancora a leggerlo… prima mi devi raccontare in quale audace avventura ti ha trascinato il signor Holmes, e mentre lo fai suonerò per la tua cena».
Fu il giorno dopo che la tradii. La tradii completamente e senza avere la minima intenzione di farlo, eppure il tradimento era inevitabile, perché Sherlock Holmes per primo mi aveva tradito non proibendomi di sposare la bionda e gentile ragazza con la cassa del tesoro vuota.
Mi svegliai, ricevetti i miei pazienti e lessi il giornale. Poi dissi a mia moglie, e senza mentire, che aveva ragione e che avrei voluto invitare da noi il mio amico per cena, ma anche che desideravo definire i dettagli del caso di ieri con lui, quindi forse avrei potuto invitarlo di persona andandolo a trovare nel suo appartamento di Baker Street. Averlo visto il giorno prima, e per la prima volta dal mio matrimonio non mi preoccupava minimamente, giuro davanti a Dio che l'unica cosa che volevo erano dieci minuti della sua casta compagnia, e la cosa era più che sufficiente per rendermi eccitato e trepidante.
«Non fumare più di un sigaro per favore» mi richiese Mary allegramente, dopo un paio di brevi colpi di tosse «certe volte torni a casa dal tuo circolo che puzzi come una foresta incenerita, ed è abbastanza per farmi preoccupare. E porgi i miei saluti al signor Holmes».
Il suono della mia porta che si chiudeva dietro di me sembrò bizzarramente estraneo alle mie orecchie. Risuonò come una campana a morto.

VAI ALLA PARTE 2

Note:
[1] "Si on me presse de dire pourquoi je l'amais, je sens que cela ne se peut exprimer, qu'en répondant: parce que c'était lui, parce que c'étatit moi"
Estratto da "L'amitiè, Saggi" 1595, di Michel de Montaigne (filosofo francese, 1533-1592).

[2] Citazione dal poema umoristico del 1874 "La caccia allo Snark" ("The hunting of the Snark") di Lewis Carrol (scrittore britannico, 1832-1898). Il poema racconta le improbabili avventure di un gruppo di uomini impegnati nella caccia a un mostro chiamato "Snark".

[3] "The hunting of the Snark"
 [...] For the Snark was a Boojum, you see [...]


Fanfiction: COFFEE IS NOT MY CUP OF TEA (bbc!Sherlock/John)
rowen12
AVVERTENZE: Missing scene dell'episodio 2x02 (The Hound of Baskerville). Rating verde ma del tutto smashCoffee is not my cup of tea è una citazione di Samuel Goldwyn anche se lo invidio per averla scritta. 
DISCLAIMER: All rights reserved. Mi inchino al cospetto di Steven Moffat e Mark Gatiss. Ringrazio la BBC in blocco.

COFFEE IS NOT MY CUP OF TEA
di Rowen



   I   
«È un vero peccato che Gary della reception non sia riuscito a trovarci una doppia» dice Sherlock, con le mani tasta la stoffa della tenda color crema e non stacca gli occhi dalla finestra.
«Non fa ridere» dice John, ma visto che Sherlock non guarda sorride «comunque cosa ci fai ancora qui? Io sono stanco. Forse ti sarà sfuggito, ma sono un essere umano, gli esseri umani non stanno svegli trenta ore consecutive» lo guarda ma lui non cambia posizione e John sbuffa, seduto sul letto.
«Una volta per un caso sono stato sveglio per più di tre giorni» dice poi Sherlock, questa volta si gira e con l'angolo della bocca accenna a un ghigno.
«Sì be', quello che dicevo. Gli esseri umani non stanno svegli così a lungo» John affoga uno sbadiglio dentro al maglione che si sta sfilando, quando rimane in camicia Sherlock è ancora lì.
«Ho parlato con Billy, la faccenda del cane è sistemata» dice, e guarda il bordeaux sbiadito della camicia di John con una smorfia di disgusto che non tenta nemmeno di nascondere.
«Quale parte di “ho un sonno infernale, ti prego Sherlock ti scongiuro, esci da questa stanza e lasciami dormire” non ti è chiara?» replica John, è più irritato dalla smorfia della bocca di Sherlock che dalla sua presenza e spera che lui non ne distingua la differenza.
«Ha detto che sostituiranno il vecchio mastino con un carlino» continua, adesso non gli guarda più la camicia, guarda i suoi capelli spettinati. O così sembra a John. Se li liscia con le dita. «Oh, non posso crederci» dice poi, con un sospiro.
«Sì infatti, gliel'ho detto anch'io» risponde rapido Sherlock, e John non sa davvero a quale sua affermazione stia rispondendo.
«Detto cosa?» chiede. Per John non è certo una novità fare finta di dare corda al bisogno di Sherlock di essere teatrale in tutto quello che fa.
«Che per il loro stile di vita non sono adatti i cani piccoli. C'è il fattore essenziale della campagna, i turisti londinesi che vengono qui vogliono...» 
«Sherlock sono stanco, vuoi per favore andare ad infastidire qualcun altro?» John lo interrompe perché non sa cos'altro fare per zittirlo. Non ci riesce mai, ma vale comunque la pena tentare.
«L'ho mai fatto, John?» dice Sherlock a sorpresa. Una sorpresa che richiede sarcasmo.
«Forse Lestrade è ancora qui sotto al bar» dice John «dopo tutto non ha perso dieci anni di vita in un fottuto laboratorio, con un pazzo che gli amplificava i suoni della foresta da una sala di controllo, lui» Sherlock si è seduto sul davanzale e adesso lo guarda con interesse, quell'interesse che fa spesso sentire John come una cavia da esperimento, quello che oggi ovviamente è stato per davvero, ricorda con una fitta di rabbia «Ma non ho dubbi che tu sia ancora in tempo per provare anche su di lui qualche composto narcotizzante» termina sprezzante.
Sherlock alza il mento e lo guarda come fa sempre, dall'alto in basso. Anche se stavolta è seduto e il suo metro e ottantacinque è considerevolmente ridimensionato, ma lo sguardo funziona lo stesso «Sei offeso perché ho detto che la tua non è una mente superiore. Andiamo, sai cosa intendevo!» esclama con una punta di impazienza, quella che usa con John quando gli deve spiegare qualcosa di così ovvio che è quasi ridicolo dire ad alta voce.
«Ma cosa diavolo c'entra adesso la mia mente? Sherlock, quello che voglio è solo dormire. Riposare. Chiaro?» Non sembra chiaro a giudicare dagli occhi dell'amico.
«Chiarissimo. Bene, la prossima volta non verrò a salvarti» dice lui. Di certo lo fa apposta per irritarlo, e ci riesce ovviamente.
«Che cos'è questo un gioco, Sherlock?» sbotta John. Perché non ha voglia di trattenersi e perché è quello che lui si merita.
«E questo è un litigio, John?» dice lui calmo. È calmissimo.
John espira forte. «No fammi capire, tu hai architettato tutto, sei stato tu. Sì. E adesso mi vieni a dire che la prossima volta non mi verrai a salvare? E da cosa? Perché ti piace così tanto spaventarmi?!»
«Mi sono scusato con te». È sempre calmissimo e sembra lo sia davvero, ma se anche fingesse John adesso non saprebbe accorgersene.
«Tu non ti scusi, Sherlock. Quello che fai è una cosa diversa» scandisce piano, proprio come quando è molto arrabbiato «tu provi le tue teorie» una pausa «su di me».
«Hai accettato di lavorare con me» dice lui, quasi con noncuranza, quasi come se la gentilezza che usa sempre con John fosse un favore personale.
«Perché prima d'ora non mi avevi mai spaventato a morte» risponde John, gli pare ovvio. Evidentemente non lo è «e non avevi mai provato a drogarmi con dello zucchero» sempre più ovvio.
«Non ti avevo neanche mai preparato il caffè» insinua Sherlock.
«Ora non farlo sembrare un favore, tu volevi avvelenarmi, e non ci sei neanche riuscito» quasi grida, o così gli sembra.
«Ok lo zucchero forse potevo evitarlo» è la reazione di Sherlock, sempre calma «ma avevo ragione».
«Ragione» dice irritato.
«Ragione, sì. Tu hai bevuto il caffè perché sono stato io a preparartelo» Sherlock muove due passi lunghi dei suoi verso il letto dove John è ancora seduto, in maniche di camicia e senza l'aspetto di uno che stia per andare a dormire.
«Pensavo avesse a che fare con il caso, dopotutto tu non hai amici con cui doverti scusare» dice lui, non gli importa se Sherlock si offenderà, ma comunque non ha nessun diritto di offendersi dal momento che è John ad avere ragione. È ridicolo che Sherlock dica di avere ragione, ma è quello che fa sempre e John non riesce a non esserne segretamente rassicurato.
«Mi sono scusato anche per quello» dice Sherlock. Non sembra che gli sia costato, ma è un ottimo attore.
«Le scuse non c'entrano, non hai capito niente» ed è quello che John pensa davvero. Non ha senso mentire, lui non è Sherlock Holmes.
«Invece ho capito tutto» fa lui. E il fatto che potrebbe essere sincero fa bruciare le orecchie di John. Adesso vorrebbe persino che avesse ragione sul serio e che gli spiegasse cosa in nome di Dio sta succedendo tra di loro.
«Non puoi averlo fatto» afferma.
Sherlock non si muove, come se non osasse avvicinarsi, pensa John, ma di certo sbaglia, dopo tutto ha sempre sbagliato su Sherlock Holmes. Adesso gli pare stupido avere creduto anche solo per mezza giornata di averlo capito. Scrive un blog su una persona che non esiste.
«Ha a che fare coi sentimenti, ha a che fare con te» dice lui da troppo lontano. Bravo, giusto. Dove hai imparato a recitare così bene? John sotterra da qualche parte dentro di sé questa domanda, non lo ferirebbe abbastanza. Neanche la sua delusione della sera davanti al camino l'ha ferito, oppure non l'ha fatto così in profondità. Sherlock è indistruttibile, è un giocatore esperto. John non lo è mai stato perché non ha mai imparato a mentire come si deve.
«Hai giocato un po' troppo» dice piano «questa volta hai tirato un po' troppo la corda. Hai rischiato, Sherlock» e poi tace perché gli si chiude la gola e distoglie lo sguardo perché ha di nuovo paura. Aspetta che Sherlock parli di nuovo.
«Cosa vuoi dire?» replica lui asciutto. La sua non sembra neanche una domanda.
«Lo sai benissimo» lo sa benissimo. Sherlock lo sa perché è dannatamente colpa sua se John ha dovuto telefonargli per niente e fare quella voce fragile, spaventata e inerme. È colpa di Sherlock Holmes se John ha bisogno di telefonargli quando è spaventato a morte, è colpa sua se il solo suono della sua voce può calmare la paura di John.
«E ho perso?» dice dopo una pausa che sembra durare un'ora. Ha qualcosa di strano la sua domanda, questa volta sembra una domanda. E sembra quasi che la risposta a questa vera domanda gli importi seriamente, ma non può essere.
John però risponde ugualmente. Che cosa vorrebbe sentirsi dire adesso? Ah sì, certo. «Tu non perdi. Sherlock Holmes non perde mai. A perdere sono sempre gli altri» biascica quasi contro voglia. Non se lo aspettava ma Sherlock rimane zitto. E fermo.
«È tardi, voglio veramente dormire»
«Certo» dice Sherlock immediatamente «scusa» aggiunge subito dopo, poi si muove verso la porta con una rapidità che non lascia a John il tempo di decidere se voglia Sherlock dentro o fuori dalla sua stanza. Crede fuori. Decisamente fuori.
«Buonanotte, Sherlock» lo chiama, e accenna un piccolo sorriso perché lui si è scusato senza battere ciglio e perché forse per una volta è riuscito a ferirlo. Ma è un sorriso triste. Quando Sherlock non risponde John non è sorpreso.
L'sms arriva quasi dieci minuti dopo che lui se n'è andato. John lo legge con la bocca che sa ancora di dentifricio e con i piedi nudi sul brutto tappetino che c'è davanti al suo letto.
Quello era il mio primo caffè
SH
II
«Buonanotte, Sherlock» gli dice.
John Watson lo guarda con quel suo sorriso amaro, quello che gli rimane sulle labbra tanto quanto basta per riuscire a mandare all'aria la sua calma interiore. Poi non aggiunge niente e Sherlock spera con tutte le sue forze che stia per uscire dalla stanza. Quando gli ritorna in mente che è lui a trovarsi nella camera di John non gli è rimasto nemmeno un briciolo di autostima per riuscire a smettere di fingere, non gli dice niente, non risponde nemmeno alla buonanotte. Sa che da lui non se lo aspetta. Quello che si aspettava l'ha già avuto.
Sherlock esce chiudendo la porta alle sue spalle.
La sua camera è calda, il letto è invitante. Si toglie il cappotto, lo appoggia sul bracciolo di una delle sedie imbottite che arredano la stanza. Il cartello fuori dalla locanda non mentiva, sono davvero stanze di lusso per essere quelle di un Bed & Breakfast di campagna. Non smette di pensare a John. Non smette di pensare a lui nemmeno quando un lontano latrato rompe il silenzio dell'ambiente. 
Sherlock prende il suo Blackberry dalla tasca interna della giacca e invia un messaggio a John, gli viene in mente dopo che probabilmente non lo leggerà prima della mattina. Non gli importa poi tanto, è soltanto uno sfogo, è qualcosa che forse gli servirà a prendere sonno, oppure niente di tutto ciò. Forse non servirà a niente. Né a lui né a John.
Quando bussano alla sua porta Sherlock è già in piedi, non si è nemmeno tolto le scarpe. È John.
Non è ancora del tutto dentro la stanza e già parla. «Perché mi hai chiesto scusa prima?» la sua voce è rauca, come se non avessero smesso di discutere solo pochi minuti fa. Sherlock non sa cosa rispondere ma lo fa.
«Perché era quello che volevi» dice. Quando finisce di pronunciare la frase si accorge che il motivo era davvero questo.
«Non era quello che volevo, se ogni tanto facessi caso a quello che dico o a quello che faccio te ne saresti accorto» John lo incalza, si avvicina e lo guarda con i capelli ancora un po' spettinati e le piccole rughe di stanchezza che gli contornano gli occhi tutte le volte che Sherlock lo coinvolge in un suo caso. Le rughe che sono tutta colpa di Sherlock.
«Faccio caso a quello che fai tu come faccio caso a quello che fa chiunque altro io stia guardando» gli risponde freddo, non intendeva esserlo ma la frase gli esce da sola ed è di un'antipatia lancinante che quasi lo fa star male.
«Non dire stronzate, Sherlock» ringhia John «se fosse vero non mi ignoreresti» lo guarda dritto in faccia, non ha paura adesso. Sherlock non è sicuro ne abbia mai davvero avuta, ora gli sembra impossibile.
«Io non ti ignoro, sei l'ultima persona che dovrei ignorare» ed è vero, sacrosanto.
«Be' allora hai un modo veramente strano di ascoltarmi» dice John, non sembra più arrabbiato.
«Hai il fiatone» inizia Sherlock «le nostre camere sono a due porte di distanza e non hai dovuto fare scale per venire da me. Hai i piedi nudi perché in corridoio c'è la moquette e non ti sei reso conto di averli nudi perché non hai sentito differenza di temperatura tra il pavimento riscaldato della tua stanza e quello del corridoio, il tuo alito sa di menta quindi stavi per andare a dormire ma io ti ho scritto un sms che ti ha fatto venire qui a dirmi che non volevi io mi scusassi con te e che non era quello dovevo fare. Come vedi faccio caso a quello che dici e faccio caso a quello che fai» parla senza fermarsi, gli manca il respiro «ciò considerato sono al punto di partenza» inspira forte e un po' serve a calmarlo «sei l'ultima persona che dovrei ignorare».
«Ma?» dice John dopo una pausa, lo dice con la voce che usa quando vuole che Sherlock creda che la risposta che darà non lo stupirà affatto.
«Adesso non mi ascolti tu. Applica i miei metodi» dice Sherlock con un'ironia per niente divertente. Poi aspetta qualche secondo e John gli risponde.
«Tu vuoi ignorarmi» afferma con un ghigno crudele che a Sherlock ricorda terribilmente quello di suo fratello Mycroft «Perché?» aggiunge.
«Non te. Voglio ignorare i tuoi pensieri» Sherlock non sa perché lo abbia rivelato, di solito quando arriva a una conclusione che riguarda John si guarda bene dal parlarne con lui. O dal parlarne in generale.
«I miei pensieri non possono farti del male, non sono io quello con la mente profonda e brillante»
Sherlock pensa che John non abbia mai detto qualcosa di più sbagliato di questo. I suoi pensieri possono fargli del male eccome, gliene hanno fatto sin dall'inizio. Lui è arrivato e ha sconvolto il suo equilibrio, meriterebbe una punizione.
Poi Sherlock avanza, fa due passi e chiude gli occhi una frazione di secondo prima di sporgersi e baciare John Watson sulla bocca, ma pensa che meriterebbe qualcosa di peggio di un bacio.
Tutto finisce subito, appena il tempo di sentire le labbra calde e screpolate di John sotto alle sue, per un secondo prima di staccarsi e riaprire gli occhi. Adesso sono vicini a quelli di John, lo scrutano con una confusione a cui Sherlock non è abituato. Poi vede un guizzo di impazienza, o di fastidio, o di tutte e due le cose assieme.
John emette un suono che questa volta può essere solo di impazienza, una specie di grugnito intermittente e bacia Sherlock di nuovo, con più forza di quella che aveva impiegato lui, con una sicurezza che Sherlock gli invidia. Pensa se fosse questo quello che John si aspettava da lui sin dall'inizio. Se avrebbe potuto dedurlo dai suoi comportamenti. Se ha sbagliato. Se ha torto.
«Ti prego falla finita» dice John in un mugugno quasi del tutto soffocato nella bocca di Sherlock, le sue mani lo tengono stretto e può avvertirle mentre sgualciscono la stoffa della sua camicia leggera, posate in basso sulla sua schiena. I loro corpi sono appiccicati, Sherlock non sa bene cosa fare e spera davvero lo sappia John. Si irrigidisce suo malgrado e lui se ne accorge. Rompe il bacio e torna a guardarlo.
«John siediti» gli dice col fiato corto, indica il letto e vede l'amico curvare le labbra in una smorfia che non sa interpretare, non capisce se sia divertita o disgustata e la cosa lo indispettisce ma non ha tempo di darle peso. John si siede senza fiatare, gli obbedisce come fa sempre.
«Questo è il momento in cui confessi le tue oscure macchinazioni?» gli chiede John serio «va bene fallo, ma siediti più vicino» aggiunge con un sorriso appena accennato. Sorride anche Sherlock.
Si mette accanto a John, dall'altro lato del letto.
«Una volta ho copiato una versione di latino» dice.
John ride e si porta una mano sugli occhi, Sherlock lo guarda mentre la fa scivolare piano piano fino a coprirsi la bocca e la sua risata diventa più gutturale, più seducente, la cosa più sensuale che Sherlock abbia mai ascoltato.
«Non ci credo» dice John girando la testa per guardarlo negli occhi.
«L'ho fatto eccome» dice Sherlock stringendo gli occhi e arricciando le labbra «ma solo una volta».
«Perché hai avuto paura ti scoprissero?» chiede John, le sue pupille scintillano nella luce tenue dell'abat-jour di tela bianca.
«No, perché era stato troppo facile».
«Oh non ne dubito» dice John e ride ancora «vai avanti con la tua confessione» incrocia le caviglie ai piedi del letto.
«Ho infranto la legge varie volte» continua Sherlock guardando il soffitto.
«Sì ti ho visto farlo» dice John «c'è altro?».
C'è molto altro. 
Non ha mai baciato un uomo. Non è mai stato baciato da un uomo. Non ha mai avuto una relazione. Non è mai stato così spaventato. Non aveva mai trovato sensuale una risata.
«No. Niente» dice a John «tocca a te» Sherlock si gira sul fianco e punta i suoi occhi grigi pungenti in quelli dell'amico.
John però non dice nulla, si sposta sul letto fino a toccare il braccio di Sherlock posato sulla sua pancia. Trema un po' e Sherlock trema di più ed è ridicolo perché nessuno dei due ride e nessuno dei due parla. È ridicolo perché John è sempre più vicino e Sherlock apre la bocca quando lo bacia, e il bacio dura molto più a lungo. È ridicola la sensazione nello stomaco di Sherlock.
La lingua di John è ruvida e dura e all'inizio sa di menta, poi il sapore si mescola a quello della bocca di Sherlock e poi inizia a non essere più importante capire di che cosa sa la lingua di John perché le sue mani stanno risalendo i bottoni della sua camicia blu e la sensazione ridicola nello stomaco di Sherlock rende ridicole un sacco di altre parti del suo corpo. E fa così caldo che non sembra per niente un clima inglese, fa così caldo che la pelle di John contro il collo di Sherlock non scivola ma si tende e fa uno strano rumore e i capelli sulle tempie di John sono umidi di sudore e Sherlock crede di essere diventato sordo e cieco perché fa troppo caldo e perché tutto il corpo di John Watson è sopra al suo.
Ascolta il respiro di John quando si ferma, smette di muoversi e lascia cadere le braccia ai lati del busto di Sherlock con un sospiro che sembra una risata sommessa. Lui circonda la schiena di John e lo tiene stretto, il suo torace sussulta come quando gli ha messo la mano sulla spalla nel laboratorio dove non c'era nessun mastino fantasma. Come quando aveva paura.
Ma adesso sta ridendo, John Watson è davvero divertito dalla scena. È un pensiero che diverte anche Sherlock, anche se lui non riderà.
«Mi stai abbracciando?» dice John e i loro occhi sono così vicini che non c'è scampo. Sherlock inspira forte. Forse prende tempo, cosa perfettamente inutile.
«Stai ridendo?» dice alla fine, è serio e preoccupato e dannatamente incapace di gestire la sua voce o il suo corpo.
«Tu mi stai abbracciando e siamo uno sopra l'altro sul letto di una locanda di campagna» afferma John con un ghigno «Non dovrei ridere?» e diventa rosso. Sherlock chiude gli occhi per un secondo perché John lo guarda da troppo vicino, con le guance troppo calde e le labbra troppo piene.
«Tecnicamente tu sei sopra di me sul letto di una locanda di campagna» dice riaprendo gli occhi rapidamente «trovo la scena tragica più che comica» ragiona, e distoglie lo sguardo perché John fa quella cosa con le narici, quella cosa che fa quando è indignato ma è divertito e sta combattendo fra le due emozioni perché non può dare a Sherlock nessun tipo di soddisfazione. Non aveva mai pensato al fatto che questo potesse anche solo vagamente eccitarlo. Renderlo orgoglioso sì, Distrarlo, certo. Ma cinque minuti fa ha guardato John Watson ridere con una mano sulla bocca e l'ha trovato sensuale.
«Prenditi una vacanza, Sherlock, rilassati» dice John. Sherlock non capisce.
«Non capisco» dice. Non è del tutto vero. Capisce in parte, gli servirebbe un'altra risata di John come quella di prima per aiutarlo a elaborare. Chiederne una è fuori discussione.
«Non c'è niente da capire» John fa per scendere dall'inguine di Sherlock ma non lo fa perché lui lo ferma con un bacio. Un altro. È già il secondo che gli dà. Probabilmente starà male. Ha persino fame adesso. Sta decisamente male.
«Ok spiegati» dice John dopo un secondo.
«Cosa?» risponde Sherlock. John si sta passando la lingua sul labbro inferiore.
«Mi arrendo, spiegati!» sbotta poi.
Sherlock smette di guardare la lingua di John e si applica per alzare lo sguardo fino ai suoi occhi.
«Hai ragione tu» dice con semplicità «siamo uno sopra l'altro sul letto di una locanda di campagna, la scena è comica, fai bene a ridere, io volevo baciarti e l'ho fatto, poi ti ho abbracciato e non so se l'avessi dedotto, quasi certamente no, ma quando prima hai riso alla mia battuta sulla versione di latino non riuscivo a smettere di fissare la tua bocca» elenca cercando di controllare la sua voce e riuscendoci poco «per questo trovo la scena tragica. E non solo» prende fiato «mi è venuta anche fame» termina esalando un respiro esausto.
John ride e butta la testa all'indietro, Sherlock guarda il suo collo piegarsi a quella strana angolazione e si rende conto di stare fissando il corpo di John Watson da un tempo che non riesce bene a calcolare. Questo lo confonde. Vorrebbe disperatamente che John la smettesse.
«Quindi non era vero niente, tutta quella storia dell'esame di latino?» John non smette di sorridere, Sherlock non crede gli interessi davvero sapere se ha o non ha mai imbrogliato a scuola ma parlare con John gli piace e avere la sua attenzione gli piace anche di più.
«Sì che era vero» afferma.
«Ed è vero anche che hai fame? Adesso?» chiede John. E quando finisce di parlare sembra che la sua espressione aggiunga ancora Non ci credo e Tu non hai mai fame e Ma cosa glielo dico a fare.
«Certo, perché ti dovrei mentire?» Sherlock sogghigna perché lui non ride mai e fissa la bocca di John mentre si apre, forse per replicare.
«Bene» dice invece «ho fame anch'io».
Sherlock non ride perché lui non ride mai, e perché sta guardando di nuovo la risata di John.


Review: BBC Sherlock 2x01 A Scandal in Belgravia
rowen12

AVVERTIMENTI: Slash slash slash! Qui si dà per scontato che l'amore platonico tra Sherlock Holmes e John Watson non sia affatto platonico

DISCLAIMER: Tutti i dialoghi sono tratti dalla serie. Copyright BBC, Steven Moffat e Mark Gatiss



A SCANDAL IN BELGRAVIA RILETTO IN CHIAVE SLASH
di Rowen







All'inizio della puntata si vede il proseguimento della vita insieme di Sherlock e John. Sherlock risolve casi, John scrive il suo blog e sono una squadra. Il tono non è tanto diverso dalla prima serie, a parte per il fatto che John conosce i metodi di Sherlock e conosce lui, sa delle sue abitudini e sa delle abitudini che ha con lui. Battutine, frecciate, risate (MOLTE risate). Sono a loro agio e la gente li conosce come coppia di investigatori. Sono Sherlock Holmes e John Watson, il fenomeno web della stagione.

Sh: What are you typing?

J: A blog

Sh: About?

J: Us.

John si è abituato ad avere intorno Sherlock, a obbedirgli e a fare la parte del "biografo moderno" e dell'assistente fidato. Si è abituato anche al fatto che la gente li scambi sempre per una coppia omosessuale. Del resto non fa molto per cambiare le cose, scrive un blog "about us" ! Il blog di Watson dice "Life goes on" e la sua vita in effetti va avanti, al fianco di Sherlock. Non ha proprio un'altra dimensione. Si sa che si scrive delle proprie passioni.

In più! Come se non bastasse XD John si diverte a "indispettire" Sherlock con la scelta dei titoli (cosa canon) e gli piace un sacco perché Sherlock non si interessa mai a quello che scrive (anche se qui sembra che non faccia altro >.>) ma ai titoli sì. "The Speckled Blond" XDXD ahaha ok

Irene Adler. 

Conosciuta come "La Donna" quindi non è Holmes a darle questo nome come nel canon, o "La dominatrice".

Irene è lesbica. Lo dice lei, lo sa Mycroft, lo sa John e lo sa Sherlock. Perché tutti hanno visto le foto e John ha addirittura parlato con lei dell'argomento.

Ora. Moriarty le spedisce un "regalo" (all'inizio si vede che scarica sul suo cellulare le foto di Sherlock col lenzuolo). Il regalo di Moriarty è Sherlock perché è la persona più intelligente e abile che conosca ed è "vergine" di sentimenti sia per le donne che sotto altri aspetti. Sappiamo che Sherlock non ha mai avuto a che fare col sesso perché Mycroft fa un riferimento inequivocabile.

My: Don't be alarmed. It has to do with sex

Sh: Sex doesn't alarm me

My: How do you know?

Moriarty cerca l'aiuto di Irene per "completare" il suo arcinemico. Il punto debole di Sherlock Holmes è il sesso e si sa. Il sesso e i sentimenti, e John Watson.

Irene è abile, capace, scaltra, furba ed è simile a Sherlock Holmes più di qualunque altra persona lui abbia incontrato sul suo cammino. Per prima cosa quello che c'è tra loro non è assolutamente attrazione fisica/sessuale. Ma È pur sempre un tipo di attrazione. Sherlock e Irene sono simili. Sono persino entrambi gay, ma con la differenza che lei non ha paura di portare in campo le emozioni, e lui la invidia ma continua a essere convinto che l'amore, e lasciare che l'amore lo distragga, siano la morte del suo mestiere. Non è esattamente il ragionamento di uno che non sa cos'è l'amore, ma comunque…. >.>

Sherlock è egocentrico, è ampolloso, si considera superiore e tutto quello che vuoi, ma SA capire se sbaglia e quando sbaglia. Non lo ammette con anima viva ma lo capisce. Lei gli mette la pulce nell'orecchio. Forse ha sbagliato a non volersi lasciare andare. Però Sherlock cerca la perfezione più di qualsiasi altra cosa. Lei gli ha fatto capire che non è perfetto.

IA: He (Watson) knows exactly where to look. I'm not sure about you.

Parole sante! Sherlock non sa dove guardare quando si tratta delle donne! E adesso è confuso perché lei lo provoca sessualmente ma sia Irene che Sherlock sanno che lui è gay ed è John che sa come guardare.

Ma le pulci nelle orecchie di Sherlock Holmes non stanno mai ferme. Lei inconsapevolmente lo aiuta, gli fornisce l'informazione che cercava e che non ha niente a che vedere con il caso attuale ma vale per tutti i casi che affronterà nella sua vita. Se i sentimenti sono il suo punto debole è per sua scelta, ma rimangono un punto debole.

La cosa che mi è piaciuta di Irene è che è completamente vittima di Moriarty e Mycroft, è davvero una pedina e diventa una pedina anche di Sherlock alla fine. Lui le è sempre superiore anche se rimane sinceramente stupito dal modo intelligente e furbo con cui lei tratta le emozioni, come le usa per confondere gli avversari. Lui lo sa fare a mala pena con Molly XD ma ha sperimentato quanto è pericoloso con John, quando ha lasciato che Moriarty capisse il suo affetto per lui e lo riempisse di esplosivo per attirarlo a sé.

Forse è per questo che appare così freddo con John dopo aver incontrato Irene. Forse non vuole che lei capisca quanto John sia importante per lui, cerca di lasciarlo fuori il più possibile perché sa che Irene è pericolosa. Ma lei lo sa. Sa di John e Sherlock prima che loro stessi ne siano del tutto consapevoli. (Non che ci volesse una scienza, Irene XD)

Ma anche con tutte le precauzioni che ha preso Sherlock per proteggere John, non ci riesce! Sono a casa di Irene e un brutto ceffo punta la pistola alla nuca di John. Sherlock non capisce più NIENTE, è TERRORIZZATO quando gli chiedono di decriptare il codice della cassaforte di Irene e che se non lo fa John è morto. Basta guardargli gli occhi! Lì decide che John non può rischiare la vita per lui e cerca davvero di fargli fare il meno possibile in questo caso! Poi si limitano a ricerche sul web e se c'è da spostarsi da Baker Street lo fa Sherlock da solo. 

I cambiamenti.

Ok Sherlock non è come nella prima serie, vero.

Ma cambia dopo aver incontrato Irene. E perché cambia? Cambia perché ha una mente superiore, analizza e capisce di essere stato analizzato a sua volta.

Quando guarda Irene nuda sulla poltrona e non sa dedurre niente a suo riguardo non ha perso i suoi poteri speciali, non vede nulla perché Irene Adler lo sta scandagliando, la sua mente è occupata con deduzioni su di lui, e Sherlock Holmes non sa guardare se stesso. Ma adesso c'è qualcosa di diverso, perché adesso Sherlock VUOLE guardare se stesso, solo guardando se stesso può fortificarsi.

E inizia con le cose semplici.

Mostrare affetto alla propria padrona di casa, facile.

Ridere alle battute di Lestrade, ancora più facile.

Dare spettacolo di deduzione agli amici la sera di Natale e cadere miseramente perché non è capace di interpretare la timidezza di Molly come interesse verso di lui. 

Scusarsi, non tanto facile.

Baciare Molly sulla guancia, abbastanza difficile. Soprattutto perché non serve a farlo perdonare.

Nascondersi in camera ed aprire il regalo di Irene per lui, che non è un regalo ma è una fonte di pericolo anche per John, problematico.

Tenerlo nascosto a John il più a lungo possibile, difficile.

Chiudere John Watson fuori dalla sua camera da letto senza una parola, difficilissimo.

E poi musica triste, niente cibo, niente chiacchiere e niente risate con John. 

Sh (a Mycroft): Don't you ever think that's something wrong with us?

Sherlock ci è arrivato.

Sh: Shame on you, John Watson

Vergogna, perché John invece non ci è arrivato XD non ci è arrivato neanche dopo che Irene gli spiattella la verità, lui è geloso di lei perché sa parlare a Sherlock di emozioni, e si sente dire in faccia che lui e Sherlock sono una coppia. Dopo di che, John ovviamente si sente prevaricato, gli succedeva solo con Sherlock e adesso non accetta che sia lei a dare voce a sensazioni che dentro di lui non avevano ancora preso davvero forma. Si offende e reagisce come un essere umano, le urla dietro, si infuria. Perché è combattuto tra la lealtà che deve al suo migliore amico e l'egoismo che che gli faceva preferire che Irene fosse morta. La preferiva morta e lontana da Sherlock anche se significava vederlo così cupo (ovviamente John non pensa che il motivo per cui Sherlock compone musica triste è perché non sa cosa fare) piuttosto che saperla viva e ancora capace di destabilizzarlo. Ancora capace di invitarlo a cena.

J: He's writing sad music. Doesn't eat. Barely talks. I'd say he's heartbroken but… he's Sherlock.

Però John ha considerato l'eventualità. Sherlock non può soffrire per nessuno, non può tenere a nessuno, ma dov'è finita la convinzione che John aveva in "A study in pink"? Che Sherlock è un idiota e che se non smetterà di cercare di dimostrare in tutti i modi che è intelligente si scotterà. Dov'è finito il "I was waiting for you to turn up"? Adesso Sherlock è vero che non aspetta John, ma non lo aspetta perché nemmeno lui è arrivato alla fine del ragionamento. Sta elaborando un piano e non bastano tre pipe e 50 minuti di silenzio per venirne a capo quando anche tuo fratello ti dice che "Caring is not an advantage, Sherlock" ma poi dietro le tue spalle, quando te ne sei andato telefona al tuo migliore amico e gli dice "You have to stay with him, John".

E siamo alla scena madre, la scena inequivocabile. Dove John continua a non arrivarci ma Sherlock riceve il colpo di grazia.

Irene ha bisogno dell'aiuto di John per riavere il suo camera-phone ma vuole più di questo, e ancora una volta si trova a chiarire la situazione, ad impicciarsi. Ma io penso che qualcuno DOVESSE farlo, visto che Mycroft si è sempre limitato a fare battutine che non portano da nessuna parte e che cadono inascoltate.

J: Tell him you're alive

IA: I can't

J: Fine. I'll tell him and I still won't help you

IA: What do I say?

J: What do you normally say? You texted him a lot!

IA: I say usual stuff

J: There's no usual in this case

IA (legge gli sms): Good morning. I like your funny hat. I'm sad tonight, let's have dinner. You looked sexy on Crimewatch, let's have dinner. I'm not hungry, let's have dinner.

J: You flirted with Sherlock Holmes

E poi Irene dice che Sherlock non le ha mai risposto, John dice che è impossibile perché Sherlock risponde a tutto e tutti, e pur di avere l'ultima parola lo fa anche quando non gli va. Allora Irene finalmente parla.

IA: You're jelous

J: We're not a couple

IA: Yes you are

J: Who the hell knows about Sherlock Holmes, but for the record I'm not actually gay

IA: Well, I am. Look at us both…

Guardaci entrambi? Che differenza c'è fra noi? E John sta per capire, oppure sta per replicare o sta per confessare… ma arriva un messaggio con il suono di Sherlock. Li ha ascoltati.

Adesso sa che Irene Adler è viva. Sa che John glielo avrebbe detto, sa che lei è gay e sa anche che John non lo è, ed ha sentito il bisogno di dirlo proprio a lei, di negare l'evidenza proprio a lei.

IA: I don't think so. Do you?

Ma cosa? Cosa? Cosa? XD Non pensa che sia vero che John non è gay? Penso sia così perché lui stava già muovendosi per rincorrere Sherlock ma lei lo ferma.

La scena dopo è stranissima perché Sherlock è sconvolto e io lo attribuisco al fatto di aver preso il discorso di John come un rifiuto a qualcosa che aveva appena iniziato ad accettare, ma per quanto normalmente Watson sia sincero verso i propri sentimenti questa volta è spaventato perché non aveva mai considerato possibile l'eventualità che Sherlock potesse essere innamorato di lui sul serio e volere sul serio iniziare qualcosa con lui. Non è una novità, ma anche stavolta John sottovaluta la mente di Sherlock. Perché è sempre di mente che si parla, qui davvero è arrivato a conclusioni che implicano emozioni attraverso un ragionamento logico. Se lui teme l'affetto/attrazione che ha per John questo affetto è l'unica vera pecca del suo mestiere essendo il suo mestiere la sua vita. Se vuole essere preparato ad affrontare la vita e i casi non deve temere neanche quella parte di sé. In questo caso le emozioni che sono sempre state un'arma che aveva contro possono diventare una carta in più, qualcosa che lo renderà più simile a Irene, la donna che gliele ha scagliate contro. Potevano diventarlo. Perché John l'ha rifiutato.

Quando vede la signora Hudson legata nel loro salotto è di nuovo Sherlock Holmes. Ma con quel nuovo sentore affettuoso, malinconico e protettivo che non è da lui ma è il risultato del suo ragionamento, che sta già mettendo in pratica.

Salvare la tua padrona di casa, mostrarle riconoscenza e affetto, facile.

Mettere KO il suo rapitore, facilissimo.

Gettarlo dalla finestra senza un ripensamento, facile.

Dire a John Watson che si dovrebbe vergognare, guardare il suo sorriso senza rispondergli e voltargli le spalle mentre ti parla e tu fai finta di suonare per distenderti i nervi mentre vorresti solo dirgli che aveva ragione a dire che eri un idiota, dannatamente difficile.

E ora è il turno di Sherlock di analizzare Irene.

Sono seduti nella penombra, a Baker Street. Non c'è John e Sherlock parla del caso a Irene. Ma lei vuole sapere sempre si più su di lui, solo che questa volta sbaglia perché glielo chiede invece di dedurlo e gli dà il tempo per scandagliarla.

IA: Let's have dinner

Sh: Why?

IA: Maybe you're hungry

Sh: No

IA: Good

Sh: Why will I want to have dinner if I wasn't hungry?

E si va a parare sempre lì XD che poi proprio in questo episodio in cui si vede che Holmes mangia le va a dire che non ha fame, indizio! XD Io penso che Sherlock voglia provare a dare corda a Irene, a una donna, e non solo per estorcerle informazioni, ma anche per vederla flirtare, usare le sue armi, scoprirsi sempre di più e vederla inconsapevolmente dargli ragione sul fatto che l'amore gli sarebbe solo d'impiccio. Ma ora è diverso, è davvero diverso perché Sherlock ha compreso il suo limite maggiore e non è un caso che stia sempre lontano da Watson, lui lo spaventa perché Sherlock ha visto la sua gelosia nei confronti di Irene e poi l'ha sentito dire di non essere gay. John è diventato un controsenso, e i controsensi sono pericolosi per le menti logiche.

La fine è il trionfo di Sherlock Holmes e delle sue convinzioni.

Lui capisce che la parola di Irene non vale niente. Che ha giocato. Eppure la password è il suo nome… Ma è un test. Io l'ho visto come un test per dare a Irene (e a Moriarty) un'idea di quello che è riuscita a mostrare a Sherlock sui sentimenti. Non ci sarebbe arrivato se non si fosse messo a cercare di comprendere meglio l'animo umano (di tutti tranne che di Watson, indizio!) perché anche se lei mente e ha sempre mentito non ha mentito sul suo modo di essere, sulla sua abilità e sulla sua somiglianza con Sherlock Holmes. Lui la ammira e qui l'ammira pur disprezzando la sua morale. Ma è per la sua somiglianza con lui che la salva.

Quando John non riesce a dire a Sherlock quella che pensa sia la verità e cioè che Irene è morta non ci riesce perché questa volta ha deciso che non cederà all'egoismo, anche se questo significherà sempre che lei lo potrà rivedere.

Ma perché invece Sherlock mente a John e non gli dice che ha salvato la vita a Irene Adler? Gli mente perché comincia dalle cose semplici. Perché non sa cosa succederebbe se gli dicesse che Irene è simile a lui, John la disprezzava e forse disprezzerebbe anche lui.

Mentire a John Watson, dirgli che vuole tenere il camera-phone di Irene perché può sempre servire, facile.

Dirgli che non saprebbe cosa fare se gli accadesse qualcosa perché è l'unico punto debole del detective disumano Sherlock Holmes, doloroso.

Chiedere a John Watson di restare, di cenare con lui e di non smettere mai di scrivere il suo blog "about us", impensabile. Necessario.


Fanfiction: NOT THAT JOHN WATSON (bbc!Sherlock/John)
rowen12
AVVERTENZE: Non ci sono avvertenze visto che è semplicemente una pre-slash moooolto soft, quello che mi andava di approfondire era tutt'altro, anche se per essere onesta non vedo alternative allo slash con questi due XD
DISCLAIMER: All rights reserved. Mi inchino al cospetto di Steven Moffat e Mark Gatiss. Ringrazio la BBC in blocco.


NOT THAT JOHN WATSON
di Rowen


Non è che John Watson detestasse la vita tranquilla. Non detestava l'idea di non avere nulla da fare per tutto il giorno, non detestava l'ozio. John Watson detestava la concezione di vita tranquilla che aveva il suo coinquilino.
Sembrava che per Sherlock Holmes il trascorrere un pomeriggio con nient'altro da fare che passare dalla poltrona al letto o dalla doccia al frigorifero fosse paragonabile a una visita dell'ufficio di igiene in un ristorante di terza categoria. Ma d'altra parte era impossibile che per lui l'eventualità di passare dalla doccia al frigorifero si realizzasse, visto che da quando lo conosceva, Sherlock Holmes non aveva mai mandato giù qualcosa di più solido di una tazza di tè, occasionalmente allungata con un po' di latte o al massimo una fetta di pane tostato, e questo quando avevano passato la giornata ad inseguire qualche sospetto e John si sarebbe potuto mangiare un elefante intero e tutto da solo. 
Era arrivato a convincersi del fatto che Sherlock mangiasse di nascosto, che magari avesse occultato in camera sua un immenso frigorifero, o un distributore automatico di merendine, di quelli che funzionano con le monete da mezza sterlina. O che non fosse umano.
Non sarebbe certo stata la cosa più bizzarra direttamente riconducibile a Sherlock Holmes.
John aveva considerato seriamente la possibilità di buttare giù una lista delle bizzarrie di Sherlock, l'avrebbe intitolata “cose di Sherlock Holmes che necessitano disperatamente di trovare un senso”. Si era sentito fiero del titolo che aveva trovato a tal punto che era quasi dispiaciuto di non potersene vantare con anima viva senza che la vergogna che avrebbe provato immediatamente dopo lo avesse fatto somigliare a un nano da giardino.
Ripensandoci la lista rimaneva ancora un'ottima idea. Sarebbe stata bene di fianco alle parole: Blog del dottor John Watson.
Blog del dottor John Watson. Cose di Sherlock Holmes che necessitano disperatamente di trovare un senso.
Chi diceva che il suo blog dovesse riguardarlo direttamente? Chi diceva che avrebbe dovuto parlare della sua vita tranquilla? Dopo tutto la sua non era più una vita tranquilla.
Due persone nel giro di poche ore erano state così impertinenti da prendersi la libertà di fare osservazioni sulla sua gamba. Sul suo cellulare. Sulla sua psicoanalista. John non si sarebbe stupito a quel punto se Sherlock Holmes o Mycroft Holmes avessero avuto qualcosa da dire anche sul suo taglio di capelli o sul modo in cui abbinava la camicia con la giacca.
Aveva visto un cadavere vestito di rosa, tutto sommato. Lui era al mondo la persona più autorizzata a scrivere una lista delle bizzarrie dell'uomo più bizzarro che avesse mai incontrato, se non altro perché era l'unico a doverle subire durante tutto il corso della giornata.
Per prima cosa il violino. Non che gli desse fastidio. Non gliene dava, i violini non rientravano fra gli oggetti dei quali John avrebbe desiderato l'immediata cancellazione dalla faccia della terra; oggetti quali sottobicchieri o deodoranti per ambienti. Il violino in sé era piacevole e sapeva essere piacevole anche quando suonato da Sherlock, ma non aveva mai sentito né visto nessuno trattare un violino nel modo in cui lo trattava Sherlock. In modo bizzarro. Lo pizzicava, solleticava le corde e faceva stridere le sue dita su di esse. Lo trattava come un antistress e John supponeva che quella fosse anche la funzione che Sherlock gli attribuiva, per qualche strana ragione, e alla quale non era affatto interessato.
Se non era per il suo rumore trionfante, Sherlock era capace di essere fastidioso anche quando taceva. Il suo silenzio era persino più irritante del suo baccano o del suo pizzicare di violino. Era qualcosa di innaturale e angoscioso. Quando Sherlock Holmes taceva normalmente significava che si trovavano in pericolo o che era troppo tempo dacché non vi si fossero trovati. Entrambe le possibilità stravolgevano la vita a John, l'avevano già stravolta in effetti, e avevano trasformato il suo mondo da un piatto susseguirsi di giorni da passare in compagnia del suo bastone da passeggio e delle pillole antidepressive a un avvicendarsi di guai, indagini e soluzioni schiaccianti. Non sempre nell'ordine.
C'erano volte in cui John si era arrischiato a interrompere un flusso deduttivo di Sherlock, volte in cui aveva chiesto spiegazioni o aveva protestato. Volte in cui una sua parola aveva innescato una cascata di mille altre da parte di Sherlock e volte in cui gli aveva illuminato la via. Ma John Watson non aveva mai interrotto uno dei silenzi di Sherlock Holmes.
Anche adesso lui era in silenzio, John guardava le sue mani appoggiate sul tappeto sbiadito e il resto del suo corpo filare diritto, anche se nel verso contrario al normale. I ricci neri di Sherlock toccavano terra e somigliavano sempre di più a dei grovigli scuri e informi.
Teneva gli occhi chiusi, serrati in una specie di capriccio, come se avessero avuto voglia di spalancarsi ma che la volontà del loro proprietario facesse di tutto per mantenerli chiusi e concentrati.
Sherlock Holmes taceva e John Watson pensava che nella vita c'era una prima volta per tutto.
«Non è pericoloso?» disse, e subito trovò la sua affermazione ridicola.
Si stupì un poco quando Sherlock gli rispose.
«Fa scendere la pressione» affermò asciutto.
«Sì, anche un bicchiere di vino fa scendere la pressione... con cui almeno non rischi la paralisi» replicò lui prontamente. Suonava irritato anche se in effetti era divertito. Sherlock sogghignò ad occhi chiusi.
«Mi stai proponendo un brindisi, dottore?»
«Non hai un caso su cui indagare, non ne hai chiuso uno dall'affare di Jennifer Wilson. Non vedo perché dovremmo festeggiare»
«Correzione. Non abbiamo un caso su cui indagare».
La naturalezza con cui Sherlock era capace di pronunciare una frase che avrebbe ribaltato del tutto la vita tranquilla non più tranquilla ma che una volta era stata tranquilla di John non era solo insolente, ma era offensivo. Se solo John Watson fosse stato tipo da offendersi. E se lo fosse stato a quest'ora non si sarebbe certo trovato seduto in una poltrona dal colore non ben definito con la schiena appoggiata a un grazioso cuscino dalla fantasia patriottica ad ascoltare le parole di un tizio tutto matto, perché Sherlock Holmes lo aveva trattato come un idiota e lo aveva anche chiamato tale senza fare troppi complimenti. Gli aveva illustrato le sue deduzioni ad una velocità vertiginosa e lo aveva guardato come se si fosse vomitato addosso quando John non aveva trovato un commento sagace da spiattellargli in faccia per farlo tacere. Ci aveva semplicemente rinunciato la prima volta che si era trovato nel bel mezzo della corrente di uno dei ragionamenti di Sherlock Holmes, un po' come adesso. Solo che adesso Sherlock era a testa in giù e gli stava dicendo che il prossimo caso assurdamente fuori dall'ordinario e indecentemente complesso sarebbe stato il loro caso: di Sherlock Holmes e John Watson e non il suo caso: di Sherlock Holmes e basta.
«Non ti seguo» decise di dire, dopo tutto era quello che Sherlock si aspettava e lui non voleva deluderlo. Non quando si trovava a testa in giù.
«Lo so» la rapidità con cui pronunciò la sua ennesima insolenza sottolineò l'ovvietà che questa doveva possedere per Sherlock. Era scortese, pensò John.
«Questo è scortese» sospirò senza troppa convinzione.
«Lo so».
John sospirò di nuovo.
«E io adesso cosa dovrei essere? Una specie di assistente, una spalla, qualcuno con cui far risaltare la tua intelligenza superiore, cosa?»
Sherlock sogghignò di nuovo e John combatté l'istinto di strattonare il tappeto sotto alle sue mani fino a provocare una sua caduta nonché la frattura di un paio di articolazioni. Accantonò l'idea solo per pigrizia.
Ma Sherlock fece dondolare le gambe nell'aria due o tre volte, poi le piegò con un'eleganza inverosimile e appoggiò i piedi di nuovo sul tappeto mentre distendeva il suo lungo busto esile riprendendo una posizione umanamente accettabile. 
«Non ti va?» soffiò, i suoi occhi ancora fissi sul tappeto e le sue mani odiosamente agili occupate ad allacciare il bottone di un polsino della sua camicia viola prugna sfuggito alla sua minuziosa toilette.
Certo che gli andava. Gli andava decisamente. Gli andava a un livello tanto imbarazzante che John non si sarebbe mai sognato di ammettere.
«Non mi hai chiesto se mi andava prima di farmi correre per tutta Charing Cross per inseguire un maledetto taxi» forse aveva esagerato.
«Non ti ho chiesto neanche di sparare attraverso quella finestra e di salvarmi la vita, John». Adesso era Sherlock ad esagerare.
«Tu non hai...» sbuffò stizzito prima di terminare la frase «stiamo litigando?» chiese perplesso «questo è un litigio su un accordo lavorativo che non abbiamo mai avuto?»
«Ne ha tutta l'aria» rispose Sherlock con noncuranza e abbassando gli occhi.
John strizzò la fronte mentre i suoi occhi diventavano fessure, poi si lasciò sfuggire un sospiro. Non era un uomo a cui piaceva litigare, non lo faceva se poteva evitarlo. Sceglieva sempre con cura le vie meno violente, le soluzioni meno drastiche. Sherlock Holmes naturalmente gli faceva venire voglia di gettare all'aria la sua reputazione da uomo civile e di regredire a uno stato primordiale fatto di sfuriate e mugugni.
«No, John. Mi hai frainteso» disse Sherlock. Come riuscisse a intervenire sempre con la giusta battuta era qualcosa che John aveva deciso di attribuire al caso per quieto vivere.
«Volevo dire che ha tutta l'aria di essere un accordo lavorativo». Era serio, era maledettamente serio.
«Vuoi scommettere?» fu l'unica cosa che John riuscì a dire per nascondere quanto realmente l'affermazione di Sherlock l'avesse colpito.
«Non ti conviene» fece lui, e poi assunse quel particolare assetto del viso che esprimeva antipatia a prima vista anche se la presunzione tipica di Sherlock Holmes non fosse stata già messa in evidenza da quello che aveva detto. «So che la password del tuo portatile è formata da sette lettere e due cifre. Credi davvero che non sappia che la tua espressione contrariata al momento sta a significare che te ne andrai di sopra in camera tua, penserai a quello che ho detto e poi accetterai?».
John rise suo malgrado. Lo irritava che Sherlock parlasse chiaro e tondo, senza apparente imbarazzo, dicendo quello che lui, John, aveva pensato l'istante stesso in cui Sherlock lo aveva portato sulla sua prima scena del crimine. Che gli dicesse che erano soci senza averglielo mai chiesto, solo comunicandoglielo come si comunica l'orario di una riunione o di una visita.
«Ma, ascolti mai quello che dici, Sherlock?». Domanda retorica, pensò.
«Non che ce ne sia bisogno...» mugugnò Sherlock e sembrava che il fatto che John stesse o non stesse ascoltando per lui non facesse la minima differenza.
«Di cosa? Di ascoltare?» replicò lui impaziente, odiava quando Sherlock iniziava un discorso con lui e finiva col perdersi in un altro con se stesso. Ma alla sua domanda alzò subito gli occhi e li puntò in quelli di John, che sentì l'immediato bisogno di sedersi.
«Di accettare» scandì con fermezza. «Oh aspetta un attimo! Vuoi che te lo chieda?» aggiunse immediatamente, i lampi di genio nel bel mezzo di normali conversazioni non gli si addicevano affatto, pensò John, e non era la prima volta.
«Buonanotte, Sherlock» tagliò corto, mentre il bisogno di una sedia si era già trasformato nel bisogno non solo di un letto, ma di averlo il più lontano possibile da quell'uomo.
Non aspettò una risposta, non aspettò che la sua già scarsa capacità di trattenere sorrisi o risate si esaurisse del tutto, non aspettò che Sherlock trovasse un modo più efficace per convincerlo a restare in quel soggiorno, nella stessa stanza con lui.
John Watson girò sui tacchi, camminò spedito fino alla scala senza fermarsi e la salì. Sherlock Holmes non lo seguì e la sua voce non lo raggiunse né in corridoio né nella camera da letto. Quando si chiuse la porta alle spalle andò a sedersi alla scrivania e accese il computer. Sulle labbra aveva il sorriso che aveva appena fatto in tempo a sopprimere davanti a Sherlock, negli occhi si rifletteva la luce azzurra del monitor. Cliccò e cambiò la password d'accesso.


fine




H/W [traduzione] The three favours parte2
rowen12
SECONDA PARTE

Acconsentii a dividere una carrozza con Holmes per tornare a Westminster quella sera. Il fatto che un'azione del genere fosse esattamente ciò che mi ero ripromesso di non fare sembrò importare sempre meno. Come in una sorta di rito di iniziazione condividemmo le nostre rispettive scoperte con esitazione iniziale, come se ci fossimo dimenticati come si facesse. La conversazione, dopo i primi cinque imbarazzanti minuti, sbocciò in un discorso gioviale e maturo.
"… e malgrado questo" finii con perplessità "non riesco a trovare nessun titolo di valore tra i suoi averi"
"Questo, mio caro Watson, è peculiare nel senso più gratificante del termine" rispose. "Sei certo che non ci fossero?"
"Non solo non ve n'era traccia, ma come ho detto, è scioccante non si potessero nemmeno rintracciare e che ci sia la presenza di pagamenti consistenti a favore di un certo signor Cornelius"
"Forti somme, hai detto?"
Annuii. "È sorprendente che nessuno sembri sapere chi sia quest'uomo, perché è decisamente sbalorditivo che un ex costruttore in pensione trasferisca tali considerevoli somme a un estraneo. Forse era stato ricattato" aggiunsi come colpito da un'improvvisa illuminazione.
"Forse" concesse Holmes "o forse ci sono meno pedine in questo gioco di quante non immaginiamo".
Gli avrei chiesto di più su questa sua strana affermazione se non avessi realizzato con sgomento che eravamo già davanti al 221 di Baker Street. Holmes scese prontamente dalla carrozza, poi allungò una mano per aiutarmi ad uscire a mia volta. Era un gesto vagamente rischioso anche se non apertamente manifestato.
"Io dovrei tornare all'ambulatorio" dissi, ben sapendo mentre lo dicevo che sarebbe stato inutile.
"Entra e finisci il rapporto sui dati finanziari del signor Oldacre, poi sarai un uomo libero" disse con disinvoltura.
"Non ti bacerò ancora, e nemmeno asseconderò un altro dei tuoi capricci" puntualizzai.
Sorrise, sebbene quel sorriso fosse costruito apposta per me e non perché lui desiderasse farlo. "Non te l'ho chiesto. Non sono così edonista, dopo tutto. Non che non mi importi del numero di mesi… anzi, di anni nei quali… hai intenzione di scendere da quella carrozza o preferisci che io perda l'uso della mia mano destra?" finì con impazienza.
Non c'era niente da fare, pensai accigliato. Presi la sua mano e prima che potessi rendermene conto mi trovavo nel soggiorno, reso buio dalla mancanza della necessità del fuoco acceso nel mese di agosto, e senza la minima idea di cosa dire all'uomo che mi stava davanti, vigoroso e leggermente abbronzato dal sole estivo.
Lo guardai come se non l'avessi mai visto prima, realizzando che non mi ero ancora permesso di guardarlo veramente dopo il suo ritorno drammatico. Era anche più magro del solito e diversi capelli sulle sue tempie avevano preso una sfumatura di grigio lucente durante la sua assenza. Dopo aver acceso l'impianto a gas, parlò solo del caso anche se devo ammettere che capii a mala pena la metà di quello che aveva detto. Mentre parlava si teneva occupato esaminando la corrispondenza, ma tuttavia senza aprire nessuna delle lettere, poi si accomodò con entusiasmo nella sua poltrona lanciandomi il suo portasigarette mentre se ne accendeva una per sé.
"Ebbene?" sospirò alla fine "che cosa ne pensi?"
"Holmes" risposi, cercando di rendere la mia voce il più tranquilla possibile "vorrei che mi parlassi del Colonnello Moran".
Reagì senza che il suo modo di fare rivelasse nulla, né io non mi aspettavo facesse altrimenti. Ma aspirò una lunga boccata della sua sigaretta "non ho la minima idea del motivo per cui tu possa essere arrivato a chiedermi questa cosa, il che ti gratificherà non poco"
"Me lo ha detto Lestrade"
"Lestrade?" esclamò. "Oh, capisco" disse un istante dopo, distendendo le sopracciglia. "Certo che lo ha fatto. Avrei dovuto anticipare questa sua mossa…" Holmes si fermò bruscamente, poi mi lanciò uno dei suoi sguardi truci, quelli che così spesso mi indirizzava, a volte senza volerlo. "Lestrade ha mostrato un qualche interesse per la nostra passata… stima reciproca?".
Era un segno dell'amore che Holmes nutriva per l'ironia il suo aver posto la domanda in quel modo. "Non esattamente" risposi con cautela "anche se probabilmente mentirei se dicessi che non ne è al corrente".
"Merda" mormorò, ed era la prima volta che gli sentivo usare quella espressione.
"Devo comunque informarti che Lestrade non ha mostrato nessun tipo di interesse riguardo questa faccenda"
"Se non è così" rispose Holmes asciutto "è il primo avvenimento fortunato che mi sia successo da più di tre anni"
"Holmes" dissi, inghiottendo "se può essere d'aiuto sono disposto a dirti qualcosa di cui non sei al corrente prima che inizi la spiegazione sul Colonnello".
Gli occhi del mio amico si ridussero a due fessure mentre mi scrutavano con sospetto, ma in un attimo il suo viso era tornato privo di espressione. "Non riesco a pensare a niente che tu possa dirmi che potrebbe indurmi a parlarti dello spregevole Colonnello Moran".
"Io sapevo che eri vivo" dissi. Lo dissi prima che ci potessi pensare due volte, prima che la miriade di ragioni per non dirlo potessero attraversarmi la mente come uno stormo di uccelli.
Holmes non rispose. Sembrò che non potesse farlo, e per molti secondi. Alla fine sussurrò "Mio caro Watson, per l'amor di Dio, dimmi che non è vero, ti prego".
Le parole mi uscirono di bocca molto più velocemente di quanto non avessero fatto per Lestrade. Non c'era da stupirsi: Lestrade non era mai stato così intimo con me come mi piaceva pensare lo fosse stato Holmes. "Ci sono stati dei funerali qui, a Londra. Senza dubbio lo avrai saputo. Vi hanno presenziato innumerevoli agenti di Scotland Yard, tuoi ex clienti, parenti di ex clienti, gente che aveva letto di te nei miei resoconti o sui giornali. C'erano così tante persone che la cerimonia si è dovuta tenere in una piazza pubblica. Non dovemmo preoccuparci della sepoltura vera e propria perché non c'era…" mi fermai prima di perdere il filo del discorso. La faccia di Holmes era sbiancata. "Molte persone parlarono. Del tuo coraggio e del tuo amore per la giustizia. Hanno chiesto anche a me di dire qualche parola… dicevano che sarebbe stato giusto lo facessi, ma non ci sono riuscito" inspirai profondamente "alla fine la folla si disperse. C'era una lapide commemorativa, Holmes, completamente sommersa dai fiori. Li avevano portati le persone ricche come quelle povere… sontuosi bouquet di orchidee bianche e piccole violette da due penny tutti mescolati insieme. Forse adesso non te ne puoi rendere conto. Ce n'era una vera inondazione.
Rimasi uno dei pochi a non essere ancora andato via quando tuo fratello mi si avvicinò, fu molto comprensivo. Soffrii terribilmente per lui, sapevo che tu non avevi altri parenti. Quando si informò con gentilezza su come mi sentissi pensai fosse la cosa più naturale di questo mondo.
'Non parlerò di come mi sento' dissi, perché eravamo in una piazza pubblica 'ma l'unica cosa che so per certo è che non scriverò mai più'.
Sembrò scioccato dalle mie parole. Troppo scioccato per essere un fratello in lutto. Mi chiese di ripetere quello che avevo appena giurato, e quando lo feci scosse la testa lentamente. Mi chiese di concederti un ultimo addio, mi implorò di renderti giustizia in un ultimo e spettacolare problema finale. Tuo fratello disse che tu avresti voluto io lo scrivessi, per tutta l'esperienza che avevo nel rendere il tuo carattere. Disse anche che era una delle cose che amavi di me… il fatto che sapessi catturarti con tanta naturalezza. Alla fine mi scusai e gli dissi che la mia penna era morta con te".
Holmes mi guardò come se stessi lentamente rigirando la punta di un coltello nel suo stomaco, ma ragionai che avrei fatto meglio a portare a termine quello che avevo iniziato.
"Poi lo ammise. Penso che capì che non c'era nient'altro da fare. Mi disse che eri vivo, e disse anche che il fatto che scrivessi un resoconto della tua morte faceva parte del piano per riportarti indietro".
Il mio amico sussultò come non gli avevo mai visto fare, e nello spazio di un lampo durato un secondo provai quella vecchia, familiare sensazione: l'urgente desiderio di proteggerlo dal dolore. Lo ignorai e andai avanti con la mia storia.
"Non potevo farlo" dissi in tono piatto. "Sapere che eri vivo e che in qualsiasi momento avresti potuto tornare da me mi rendeva impossibile scrivere della tua morte. Era disumano, Holmes. Ho scritto del tuo perdono nell'affare delle due oche identiche [L'avventura del carbonchio azzurro]. Ho scritto del tuo eroismo a Stock Moran [L'avventura della banda maculata], delle tue impenitenti abitudini da Bohemien nel caso di Lord Saint Simon [Il nobile scapolo], persino dei tuoi primi casi, quelli a cui non avevo assistito di persona. Ho scritto della tua intelligenza e della tua nobiltà d'animo, e in ogni istante in cui scrivevo queste cose avevo l'insano pensiero che una delle mie frasi, se fossi stato abbastanza abile, ti avrebbe riportato da me"
"Ma nessuna lo fece" finì per me. Stavo cominciando a sperare di potermi fermare. Avevo visto Sherlock Holmes pochi secondi dopo che uno dei suoi clienti era stato ucciso, e istanti dopo che aveva ricevuto un telegramma che riguardava la morte di suo padre.
Ma non lo avevo mai visto così.
"Alla fine considerai la richiesta di tuo fratello. Sapevo che dovevi essere in pericolo, dopo tutto, e non avevo nessun desiderio di rovinarti i piani. Ma non potevo, semplicemente non potevo ritenerti capace di un simile… era come se, una volta che avessi scritto della tua morte sarei stato soltanto una pedina in uno dei tuoi giochi. Non potevo permettere che questo accadesse. Sono un cattivo attore, lo so, ma sono un bravo scrittore, Holmes. Avrei potuto farlo senza mentire. E l'ho fatto senza mentire. Non potevo credere che tu avessi potuto infliggermi quelle due settimane d'inferno. Per non dire di tre anni… e ogni volta che uscivo dal mio ambulatorio mi trovavo ad essere l'oggetto di condoglianze spesso da parte di perfetti sconosciuti. Me le rivolgevano con gentilezza, ma non facevano altro che rinforzare…" mi interruppi fiaccamente, spezzando una narrazione che era cominciata in ordine cronologico e stava finendo col diventare una complicata divagazione angosciosa. "Avrei dovuto dirtelo prima dell'affare a Camden House, ma per allora ti stavo già…"
"Disprezzando" disse. Poi annuì lentamente.
"Mi dispiace Holmes, ma…"
"Di cosa ti dovresti dispiacere? Hai perfettamente ragione, anche se le tue convinzioni non sono proprio della migliore delle qualità. Non puoi disprezzarmi nemmeno la metà di quanto io disprezzi me stesso"
"Non era questo il mio intento" dissi umilmente.
"Certo che non lo era. Tu sei quanto di più comprensivo possa esistere in questo mondo decaduto, Watson" aggiunse quasi impercettibilmente, portandosi entrambe le lunghe gambe al petto "per piacere, lasciami solo. Non credermi in collera, ma ho paura di non riuscire a continuare questa conversazione".
Desideravo più di ogni altra cosa in quel momento di potergli vedere il volto, ma aveva appoggiato la fronte alle ginocchia. "E per quanto riguarda Moran?"
"Questo non mi scuserà. Non pensare che lo farà. Avrei dovuto gettarmi da quel precipizio piuttosto che lasciare che questo accadesse"
"Non dire così!" gridai.
"Perché diavolo non dovrei farlo? Ora, se tu potessi andare a casa a dormire, mio caro amico, la mia già sbalorditiva gratitudine verso la tua gentilezza raddoppierebbe"
"Non posso lasciarti così" dissi disperatamente. E fui più che sconcertato nello scoprire che era vero.
"Watson, ti prego" disse. Girò la testa solo di poco, ma potei intravedere l'angolo del suo occhio sinistro. "Hai già molte cose da perdonarmi, ma mentre cerchi di farlo, perdonami il mio dirti che darei qualsiasi cosa perché tu fossi da qualche altra parte proprio adesso. Non merito la tua compassione, ma ti prego di uscire"
"Holmes, non posso semplicemente…"
"Sei un gentiluomo" la sua voce smorzata dalla stoffa dei suoi pantaloni "adesso ti prego di andartene".
Raccolsi cappello e bastone contro voglia e aprii la porta del salottino. Pensai di girarmi per guardarlo ancora una volta, ma sapevo che se l'avessi fatto non avrei mai potuto obbedire alla sua richiesta. I miei passi non fecero rumore mentre scendevo le scale ricoperte dal tappeto che portavano alla porta d'ingresso.
Dal momento in cui avevo lasciato la stanza a quello in cui ero arrivato al mio recentemente rinnovato ambulatorio, con i vecchi corrimano che attendevano di essere recuperati dai rigattieri di strada, tutto il mondo che mi circondava si era ridotto al silenzio.

-«oOo»-

Quando mi svegliai la mattina dopo… dico svegliai per convenzione, ma visto che non avevo dormito forse sarebbe stato meglio dire che mi alzai, sapevo quello che andava fatto.
Due uomini, oltre a Sherlock Holmes, erano a conoscenza di più dettagli sul Colonnello Moran di quanti ne sapessi io. Mycroft Holmes, non avevo dubbi, si sarebbe fatto sparare in testa piuttosto che rivelare un'informazione che il suo fratello minore aveva considerato un segreto, soprattutto ora che era di nuovo vivo. Lestrade, invece, si era già dimostrato vulnerabile sul piano dell'altruismo. E quindi avrei applicato la mia attenzione sull'ispettore, anche se fragile nel fisico e non nel carattere.
Mi vestii in fretta e scesi le scale, evitando per un soffio di andare a sbattere contro i tre operai che, sotto la supervisione della signora Garrison, stavano rimpiazzando la mia vecchia scrivania sciupata con una che sembrava essere, al di sotto degli imballi, di fine legno di mogano. Non ebbi quasi il tempo di rivolgere loro un'occhiata perché quando raggiunsi gli scalini d'ingresso rischiai di inciampare in un mazzo di fiori. Mi ci volle appena uno sguardo per realizzare che erano orchidee bianche circondate interamente da una corona di piccole violette. Tornai velocemente in casa.
"Potrebbe mettere questi in un vaso con dell'acqua al più presto?" chiesi alla mia paziente governante.
"Ma certo, dottore" disse allegramente "che disposizione di fiori piacevolmente diversa dal solito. È per caso una nuova moda?".
Temo che non ricevette una risposta, ma la signora Garrison non prestava mai particolare attenzione alle mie parole, in ogni caso.
"A Whitehall, prego" ordinai al vetturino della carrozza che avevo fermato. Perciò mi diressi direttamente verso Scotland Yard nel sole mattutino estivo. Lestrade considerava il caso di Norwood chiuso, e se non era nel suo ufficio, i suoi colleghi avrebbero per lo meno potuto avere un'idea su dove si trovasse.

-«oOo»-

"Davvero, non sono autorizzato a discutere con lei di questa faccenda, dottore" disse Lestrade con un tono di esagerata pazienza nel suo scarsamente illuminato ufficio di Scotland Yard. La sua scrivania era, come sempre, meticolosamente pulita, ogni documento accuratamente fascicolato e ogni matita ordinatamente distesa a formare una linea retta parallela al lato più lungo della scrivania. "Ha parlato con il signor Holmes?".
"Ho commesso un errore tattico" ammisi depresso. "Gli ho rivelato il mio segreto prima di riuscire a estorcergli il suo".
"No, ha fatto bene" disse Lestrade pensieroso, facendo scorrere un dito lungo il suo mento affilato "è meglio avere qualcosa su cui fare leva quando si ha a che fare con quell'uomo".
Andai vicino a ridere alla sua frase, ma dirottai la mia ilarità in un colpo di tosse improvviso. "Precisamente, Ispettore".
"Come l'ha presa?".
Ripensando alla scorsa notte, considerai l'eventualità di velare il reale accaduto, poi realizzai che sarebbe stato molto più probabile per me ottenere quello che volevo se non lo avessi fatto. "Sembrava che lo avessi spezzato in due"
"Oh" disse l'Ispettore "questo è… be', per quanto pazzo furioso lui possa essere… mi dispiace sentire una cosa del genere, dottore".
Gli sorrisi di rimando anche se in modo incerto. Lestrade, pensai, era un alleato di Holmes e un mio alleato. Aveva fatto un ottimo lavoro di dissimulazione, nascondendo la cosa dietro a modi pomposamente fastidiosi, ma la sua lealtà non faceva che diventare sempre più plateale. Decisi di essere plateale allo stesso suo modo.
"Mi ha cacciato fuori da casa sua in un impeto di auto disprezzo. Gli ho chiesto ancora di Moran, ma ha insistito che la cosa non avrebbe potuto in ogni caso addolcire il mio giudizio su di lui. Eppure lei non vede Holmes allo stesso modo in cui lo vedo io. Che cos'è che devo sapere?".
Lestrade tambureggiò le punte delle dita le une contro le altre, sembrando in tutto e per tutto Sherlock Holmes quando deve scegliere il minore fra due mali. Alla fine disse "Lo faccio con la sua assicurazione che il signor Holmes non ci farà fare la fine di due stivali vecchi e consunti quando lo verrà a sapere?"
"Prometto che non lo permetterò. Ci penserò io"
"Ne è sicuro?"
"Ne sono certo, glielo giuro".
Lestrade sospirò e spostò le matite sulla scrivania posizionandole, questa volta, parallele al lato corto di essa. "Sono a conoscenza di alcuni fatti, dottore, ma questi fatti conducono al mondo delle teorie. Non sono particolarmente affezionato alle teorie infondate, ma le dirò i fatti così che lei possa dirmi se arriva alle stesse mie conclusioni".
Accettai la sua proposta e lo pregai di continuare.
"Il Colonnello Moran era furioso quando lo abbiamo arrestato. Insistette, parole sue, sul fatto che era furioso soprattutto per essere stato acciuffato, perdoni la volgarità dei termini dottore, da due sodomiti senza Dio".
La mia bocca si spalancò di puro terrore a questa affermazione, ma Lestrade alzò una mano velocemente.
"Ricevere diffamazioni da parte di chi si ha appena arrestato è un fenomeno largamente documentato. Non significava niente e non abbiamo fatto rapporto sulle sue rivoltanti accuse. Lei, dottore, dopo tutto è un vedovo ancora in lutto. Ma la cosa mi fece pensare" disse, abbassando i suoi scaltri occhi castani sulla scrivania. "Mi ha fatto pensare a dove il Colonnello Moran potesse aver sentito tali sordidi pettegolezzi. Mi ha fatto pensare a quale altra cosa intendesse fare il Professor Moriarty, dopo che era sfuggito al miglior piano che avessimo mai architettato, per vendicassi oltre che uccidere il signor Holmes. Mi ha fatto pensare al perché il signor Holmes avrebbe dovuto far finta di essere morto per tutto quel tempo quando Moran sapeva perfettamente che fosse vivo. E tutto ciò mi ha fatto notare, dottor Watson, che Moran ha abbassato la guardia, abbastanza per essere catturato, solo dopo che lei aveva scritto della morte del signor Holmes".
A quel punto ero già due passi avanti al caro piccolo ispettore, e la vecchia sensazione di costrizione si chiuse con violenza sul mio petto mentre realizzavo quello che avevo frainteso per una mia stupida macchinazione egoistica.
"Se era morto per lei, sarebbe stato ovviamente morto per tutta l'Inghilterra, non parliamo di Londra" continuò Lestrade "e questo è chiaro. Lei è una persona onesta, se posso dirlo, dottore. E nessuno si sarebbe aspettato lei potesse scrivere una cosa del genere a meno che non l'avesse ritenuta vera. Mi ha ingannato, e per questo le faccio i miei complimenti. Ma supponiamo che Sherlock Holmes non sapesse niente del suo talento di romanziere" aggiunse. Aveva preso in mano una matita e stava battendo dolcemente la fine di essa contro il piano della scrivania. "Si renderà certamente conto che si tratta di pura teoria, e le teorie sono utili all'uomo metodico quanto un pugno di avanzi, ma adesso non ci faccia caso. Sapendo che il signor Holmes aveva ammesso di aver parlato con il Professore prima del loro scontro, supponiamo che il Professore avesse accennato a certe abitudini sue e del signor Holmes, dottore… le scommesse, diciamo" si affrettò ad aggiungere quando arrossii. "E diciamo anche che il compito di Moran fosse quello di rivelare queste abitudini quando il signor Holmes fosse tornato a Londra. E se Sherlock Holmes, per tenere segreto il suo amore per le scommesse… o meglio ancora, il suo amore per le scommesse, dottore, avesse deciso nello spazio di un secondo di non fare ritorno?"
Lestrade si fermò sembrando confuso. Non sapevo assolutamente che aspetto dovesse avere la mia faccia in quel momento, ma ricordo che le mie guance bruciavano e che non mi importava. "Vada avanti" sussurrai "la prego, continui con la sua… teoria".
"Bene" balbettò "se non poteva tornare in quel frangente, doveva voler tornare… prima o poi. Ma forse doveva essere cauto, perché se questo pettegolezzo sulle scommesse fosse stato reso pubblico la avrebbe rovinata, dottor Watson, così come avrebbe rovinato lui stesso. È interessante che Moran abbia abbassato la guardia commettendo un omicidio proprio dopo che lei pubblicò il resoconto della morte del signor Holmes. È come se, dopo che il fatto era stato riconosciuto da lei, Moran avesse pensato che il signor Holmes avesse lasciato l'Inghilterra per sempre. Ecco quando sparò a Ronald Adair. E le assicuro" aggiunse comprensivo "che il signor Holmes ha aggiustato le cose. Moran sarà impiccato, non ci piove. E nessuno di noi è incline a tenere in considerazione gli insulti pronunciati da una feccia del genere. Dottor Watson, sta bene?" terminò preoccupato.
"Sto bene" dissi. Per un momento amai tutto dell'Ispettore Lestrade, dai suoi stivali lucidi alle sue sopracciglia sospettose. "Sono stato terribilmente sleale, ed eccezionalmente cieco, ecco tutto. Lestrade, non so come potrò mai ringraziarla per essersi avventurato nel mondo delle teorie".
"Non ha bisogno di ringraziarmi" disse velocemente Lestrade "e non ha nemmeno bisogno di dirlo al signor Holmes. O a Gregson. Per l'amor di Dio, non lo dica a Gregson" aggiunse alzando gli occhi al soffitto.
"Non lo farò" promisi, alzandomi e stringendogli la mano solennemente "ha la mia parola. Ma temo che Holmes lo scoprirà comunque da solo".
"Ah sì?" rispose Lestrade con apprensione. "Ma certo che lo farà. In ogni caso io… oh, al diavolo tutto! Lui mi ha tormentato con le sue teorie abbastanza a lungo. Potrà sopportare un po' delle mie. È un uomo giusto e saprà ammettere che si tratta solo di questo. Buongiorno a lei, allora, dottore. E buona fortuna" poi Lestrade si girò e rimise le sue matite nella loro formazione originale.

-«oOo»-

In piedi fuori dal quartier generale di Scotland Yard, considerai momentaneamente di fermare una carrozza e andare dritto dritto a Baker Street. Poi mi convinsi a restare calmo e a pensarci sopra, sapevo che quella non fosse la strada migliore visto che avevo già avuto a che fare con Sherlock Holmes nel bel mezzo dei suoi malumori anni addietro. Con il mio obiettivo davanti a me e prudenza nei miei piani, mi diressi verso il più vicino ufficio telegrafico prima di tornare a casa.
"Signora Garrison" dissi, mentre la numerosissima squadra di operai finiva di installare elaborati corrimano in ferro cesellato sui miei scalini d'ingresso "sia lei che Sally potete prendervi il resto della giornata libero".
"Oh, dottor Watson" esclamò portandosi una possente mano al petto "è generoso, ma…"
"Non posso tollerare ulteriori ritardi, signora Garrison, perché ho un cliente che desidera mantenere la sua privacy nel dover trattare la sua mostruosamente compromettente situazione con me".
La signora Garrison, anche se sciocca, era di natura comprensiva. E tale era la ragione per cui la tolleravo. "Ma certo, dottore" disse fermamente "Subito. Povera anima. Devo prima sbarazzarmi di questi operai e dir loro di ritornare qui domani mattina presto?"
"Le sarei tremendamente grato se facesse esattamente questo" le risposi.
L'ammirevole matrona annuì come se le fosse stato ordinato di comandare un battaglione. "Perfetto, dottore. Mi assicurerò che non ci sia più nessuno qui ad interromperla entro dieci minuti"
"Grazie, mia cara" risposi. Mi affrettai verso il mio ufficio e chiusi la porta.
Il suono degli operai al lavoro scomparve abbastanza in fretta. E subito dopo vennero le rigide istruzioni che intimavano alla cameriera di comportarsi bene, di non parlare con uomini senza un'accompagnatrice e di non tornare più tardi delle nove di sera. Un momento dopo sentii la signora Garrison sbattere violentemente la porta principale dietro di sé e potei uscire dal mio ufficio per cominciare a camminare avanti e indietro nel mio ingresso recentemente dipinto di fresco. Non dovetti aspettare a lungo. Nel giro di un'altra mezz'ora Sherlock Holmes apparve sulla soglia della mia porta senza bussare e si fermò con quella che sembrava reale confusione sul mio nuovo tappeto, che evidentemente aveva scelto con gran cura lui stesso.
"Mi hai inviato un telegramma" disse.
"Sì" riconobbi.
Ricostruì la sua solita compostezza, o almeno finse di farlo. "Questo piccolo pezzo di carta gialla dice, se i miei occhi non mi ingannano, Ho bisogno di te con urgenza; non c'è tempo da perdere; vieni subito in ambulatorio. La questione sembra importante se non addirittura pericolosa, non ti pare?"
"Mi pare, eccome" assentii, attento a non tradire il mio reale stato d'animo. Non ci riuscii quasi per niente, perché non ero, e mai sarò, Sherlock Holmes.
"Watson" disse senza fiato "se non ti spieghi immediatamente trarrò le mie conclusioni da solo e temo seriamente non saranno piacevoli".
"Trai pure" dissi allegramente. Mi sentivo un uomo nuovo, e molto più me stesso di quanto non mi fossi sentito in tre anni.
"Dovrai essere un pelo più specifico" disse con un'urgenza toccante.
"Puoi trarre tutte le conclusioni che vuoi" gli assicurai "so tutto e Lestrade ha perfettamente ragione. Ha sempre avuto ragione riguardo a te e io non sono mai stato capace di accorgermene. Sei un pazzo". A quel punto ero così emozionato da lasciare che una lacrima occasionale mi tradisse, ma il sorriso sulla mia faccia era così largo che mi liberai di lei in un secondo. "Sei un pazzo per aver fatto un sacrificio tanto assurdo, e tre volte pazzo per aver pensato che non mi sarebbe impor…"
Temo di non essere andato oltre, perché due braccia magre e vigorose mi stavano già circondando e una testa dai capelli corvini era appoggiata alla mia spalla, mandando piccole scosse di dolore alla mia antica ferita. Dopo un lungo momento alzò la testa e baciò la mia cicatrice attraverso la stoffa del gilet.
"Non credevo avrei potuto farlo ancora" mi lasciò e si allontanò di tre passi, quanto bastava per avere una visuale più vantaggiosa della mia figura. "Non merito le tue scuse. A quest'ora sarai già al corrente di tutto ma, davvero, lo ribadisco…"
"Nessuno di noi due merita le nostre rispettive scuse" risposi il più gentilmente possibile "io avrei dovuto fidarmi della tua definizione della parola 'unico', e tu avresti dovuto tenere in maggior considerazione la mia abilità di scrittura".
Rise alla mia affermazione, una risata che non avevo più sentito dal 1891, e mi prese di nuovo fra le sue braccia. "Era folle come piano, lo ammetto. Non sono riuscito a pensare ad altri modi. Avrei dovuto esserne capace, ma il mio intelletto mi ha del tutto abbandonato".
"No" lo corressi "non hai saputo pensare ad altri modi diversi da questo che potessero far comunque ricadere tutte le responsabilità sulle tue spalle. Il dolore sulle mie, il pericolo sulle tue. Ma sappi" finii prendendo il suo viso fra le mani "che preferisco di gran lunga un misto di dolore e pericolo piuttosto che l'una o l'altra cosa quando isolate".
"Capito" disse dolcemente "d'ora in poi sarai tu a decidere in merito a tali questioni, io me ne lavo le mani"
"Ah sì?" chiesi, perché mi stavo accorgendo che lui, lentamente, stava cominciando a sbottonarmi la camicia "questo significa che vuoi che lavoriamo di nuovo insieme?"
"Se me lo permetterai" rispose, forzando i suoi occhi a guardare nei miei invece che lasciarli liberi di indugiare sul mio collo esposto.
"Te lo permetterò di certo, ma mi chiedo dove dovrei vivere a questo punto. Il mio ambulatorio è recentemente diventato molto più abitabile grazie ad un benefattore anonimo".
"Oh poveri noi" disse comprensivo, gettando sul pavimento la mia cravatta "sicuramente ti dispiacerà lasciarlo proprio ora, ma sono sicuro che riceveresti una cifra molto maggiore adesso, dopo tutto".
"Holmes!" esclamai indignato "avevi previsto tutto sin dall'inizio?".
"No, no" protestò, staccandosi di nuovo da me come se un'esposizione prolungata al suo tocco potesse in qualche modo farmi del male. "Niente del genere. Ti ho visto preoccupato per lo stato del tuo ambulatorio e mi ha semplicemente fatto piacere alleviare la tua ansia. Comunque" aggiunse malizioso "adesso potrai chiedere una bella somma per questo posto".
Non mi era mai apparso così intelligente, così spaventato e così coraggioso allo stesso tempo, e quando mi si avvicinò di nuovo lo spinsi via solo per poterlo guardare, come usavo guardarlo una volta.
"Holmes" dissi esitante "non ho mai smesso di…"
"No" disse all'improvviso. Posizionò due dita sulle mie labbra e scosse la testa "So che non l'hai fatto. Non serve che tu me lo dica. Ti prego, non dirlo".
Rise di nuovo, ma i suoi occhi grigi erano infinitamente seri.
"È ovvio tu non abbia mai smesso. Perché credi che ti abbia spedito tutti quei telegrammi?".

-«oOo»-

È ora a tutti noto che ritornai a vivere con Sherlock Holmes. Che fu lui a trovare un acquirente per il mio, ora stravagantemente ammobiliato, ambulatorio e che pagò di tasca sua il prezzo di vendita, un fatto di cui sono venuto a conoscenza solo nel 1901. Questo segreto recentemente rivelato, ammetterò, portò a un breve ma inteso litigio fra di noi. Rimasi arrabbiato per un periodo di circa cinque minuti concludendo poi, per la centesima volta, che non avrei dovuto schierarmi contro Holmes quando si metteva in testa qualcosa. Ci sono segreti e segreti, dopo tutto.
Lestrade, da parte sua, si sbagliava a proposito di John Hector McFarlane, come io e Holmes riuscimmo a provare senza ombra di dubbio il pomeriggio che seguì il mio telegramma. Tuttavia questo non fece la minima differenza. L'Ispettore aveva avuto ragione su qualcosa per me molto più importante e, aggiungerei senza timore di avere torto che sia io che Holmes dovemmo a lui il resto della nostra collaborazione. Non che non ci siano più state incomprensioni fra di noi, ma ci sono alcuni doni, come alcuni crimini, che contano più della morte o della vita stessa. Quello dell'Ispettore fu uno di questi. Il fatto che io avessi perdonato Sherlock Holmes, posso affermarlo con orgoglio, fu un altro. E il perdono che accordò lui a me fu l'ultimo, infinitamente benevolo, terzo dono.



«fine»

H/W [traduzione] The three favours parte1
rowen12
La mia ultima "fatica" non è a dire il vero un termine da mettere fra virgolette XD è stato epico tradurre questa fanfiction e posso solo immaginare quanto sia costato alla mia amica Katie scriverla inventando ogni parola. Posso solo dire che la mia fortuna è stata il fatto che lei ci sia riuscita. Spero in egual misura che la mia versione tradotta possa essere all'altezza e ringrazio katieforsythe  e il suo meraviglioso progetto The seventeenth step per il solo fatto di esistere entrambi.
Dedico questa traduzione alla cara amica che l'ha letta per prima e a cui io devo ben più di tre doni. A eerya 

NOTE DI TRADUZIONE: non ce n'è molte. Mi sono dannata per rendere il mio italiano il più vittorino possibile e l'anima dei nostri amati personagg,i altrettanto deliziosamente vittoriani, il più vicina alle intenzioni dell'autrice. Sono citati nel testo alcuni avvenimenti descritti in racconti di A. C. Doyle il cui titolo mi sono premurata di specificare in ulteriori note: come vedete la mia maniacalità non conosce limiti.

AVVERTIMENTI: nessun avvertimento fatta eccezione del fatto che questa è ovviamente una fanfiction slash, non spinta, né volgare, ma slash. Aspettatevi dunque uno Sherlock Holmes ridicolmente innamorato del suo amico John Watson.


The three favours - I tre doni
, ovvero come il signor Sherlock Holmes smise di scrivere telegrammi, come l'Ispettore Lestrade di Scotland Yard non mantenne il segreto professionale e come il dottor John Watson ignorò i malanni dei suoi pazienti per questi due motivi.





È di dominio comune, con l'eccezione dei pochi amici intimi miei e di Sherlock Holmes al corrente di un più preciso quadro del legame che ci univa rispetto a quello che io stesso ho fornito al normale pubblico, che gli eventi da me esposti ne L'avventura della casa vuota sono stati fra i più gioiosi della mia vita. Sorprenderà tutti tranne uno di loro scoprire che non fu affatto la verità. Non lo fu per niente, in effetti. Ad onor del vero, e per essere franchi con il pubblico che così spesso si è dimostrato impaziente di leggere nuove avventure del mio amico, devo confessare di aver presentato gli avvenimenti che ho raccolto nel suddetto resoconto sotto una luce decisamente più confortante di quanto in realtà non fosse. Il culmine della faccenda si è indubbiamente svolto durante una piccola investigazione, altrettanto erroneamente da me accorciata, cosparsa di inesattezze e archiviata sotto il nome di Il costruttore di Norwood. Benché io adesso desideri raccontarla nella sua interezza, anche se segretamente, mi trovo in difficoltà sul modo in cui farlo. È difficile stabilire da dove cominciare una storia così contorta, perché non penso che farei meglio, come spesso Holmes ironicamente suggerisce, col cominciare dall'inizio. Forse dovrei cominciare dai telegrammi.
L'affare di Norwood si svolse alla fine di un periodo di due mesi nei quali fui il destinatario di tre telegrammi al giorno. Il primo arrivava in un orario compreso fra le sei del mattino, se Holmes era sveglio, e le undici, se non lo era. Il secondo quasi sempre faceva la sua apparizione fra le tre e le quattro del pomeriggio, e il terzo appena prima delle dieci di sera.
Per rendergli giustizia, i telegrammi venivano inviati da almeno venti diversi uffici postali sparsi per tutto il distretto di Westminster. Penso che anche non trovandosi in uno dei suoi stati sovreccitati non ne spedirebbe due dallo stesso ufficio.
Alcuni di essi chiedevano notizie della mia salute in modo piuttosto affascinante. Alcuni erano inviti a cena o annunci del fatto che avesse riservato un palco all'opera. Altri erano laconici e, in verità, estremamente buffi rendiconto di deduzioni riguardanti le nostre conoscenze di Scotland Yard, o piccole riflessioni a proposito di passaggi di libri, o descrizioni ironiche di come se la stesse passando il platano che si vedeva dalla mia vecchia finestra. Avevo calcolato che tre quarti di essi contenevano scuse, alcune esposte con cura, altre divertenti e altre ancora miserabili, ma mai inappropriate. Poi, un ulteriore dieci per cento, forse, era occupato da esortazioni ad accompagnarlo in casi di vario interesse. Mi sbarazzai di tutti salvo che dell'ultimo.
Non fingerò di non averli letti. Ne lanciai uno in un cestino pubblico senza nemmeno dare un'occhiata al suo contenuto e, durante un attacco di irragionevole panico, tornai due ore dopo per leggerlo trovando però che era già stato incenerito. Dopo quella volta ebbi sempre cura di leggerli fino alla fine, sia che mi provocassero una terribile costrizione all'altezza del petto o no, prima di distruggerli. I meno efficaci venivano appallottolati e gettati nella pattumiera più vicina, mentre i suoi più espliciti tentativi di rappacificazione li bruciavo deliberatamente. Alla fine, e dopo aver ricevuto centonovantasei telegrammi dallo stesso mittente, buttai giù una risposta:
Smetti di scrivermi telegrammi. Ti devi arrendere.
Avevo già ricevuto la mia quota giornaliera di posta e stavo preparandomi per andare a letto quando un quarto telegramma mi fu recapitato appena prima di mezzanotte:
Non intendo arrendermi, neanche se a guadagnarci dovesse essere sempre e solo il servizio postale di Londra. Dormi bene.
Mi scivolò dalle dita sulla scrivania mentre scuotevo la testa esausto, e ricordo di essermi chiesto mentre mi addormentavo cosa avessi fatto per meritarmi tutto ciò e cosa avessi dovuto indossare l'indomani quando fossi arrivato in Baker Street per strangolare a morte Sherlock Holmes.

-«oOo»-

"Ti andrebbe un drink?".
Quell'uomo detestabile sembrava stare piuttosto bene, pensai, e mi resi conto del mio sollievo in questo, un sollievo del tutto inaspettato. In realtà aveva l'aspetto di quando non mangiava più di una volta al giorno, consumava più tabacco di quanto umanamente possibile e dormiva solo dopo essersi stancato al punto di cadere addormentato per la fatica. Vale a dire che era pallido, assente, magro, impaziente e i suoi occhi erano sbiaditi fino ad aver raggiunto quel pallido grigio argenteo che non dovrebbe mai essere combinato con dei capelli nero lucente. Un'ingiusta associazione di attributi fisici tale che neanche Darwin avrebbe potuto prevedere.
"Sì" dissi brevemente "solo un goccio. Non rimango. Holmes, devi smettere questa… questa…"
"Campagna" disse tranquillamente mentre mi allungava un bicchiere riempito con decisamente troppo whiskey.
"È questo quello che è?" sospirai.
"Be', è difficile dirlo con precisione" continuò pacatamente, versandosi anche lui un drink con le sue dita odiosamente eleganti "Potrebbe essere una campagna, ma questo è un termine troppo superficiale, penso. Non è una missione. Forse una crociata. No no, una crociata ha connotazioni fin troppo nobili. La definirei una ricerca".
"E perché sarebbe una ricerca e non una crociata?" gli chiesi, odiando lui per aver acceso in me un interesse e odiando me stesso ancora di più per essere caduto in uno dei suoi giochetti arguti.
"È molto semplice. Una crociata è l'inseguimento di un obiettivo o un oggetto con un altruistico sforzo per glorificare Dio. Una ricerca è l'appassionato inseguimento di una persona, un oggetto o un luogo che significa più di qualsiasi altra cosa in questo intero mondo per chi la va cercando. Ed ha fini egoistici perché il protagonista di essa non potrebbe vivere sen…"
"Sì, sì, capisco" dissi con irritazione e vuotando il mio bicchiere più velocemente di quanto non intendessi fare. "La tua scelta di vocaboli è impropria. Tu puoi vivere senza di me. Sembra che tu possa vivere senza di me per un buon numero di anni in effetti".
"Oh, io posso vivere senza di te" concesse, sorridendo con ironia "solo che non vale assolutamente la pena di sprecare il mio tempo in questo inutile esercizio".
"Perdonami ma quello che fai del tuo tempo non è più qualcosa di cui io mi debba preoccupare" risposi in tono aspro.
"Bene" disse Holmes con voce leggera "troppo giusto" mentre si teneva occupato rabboccando i nostri bicchieri. Il braccio che spuntava fuori dalla sua veste da camera era magro e pallido, ma fermo. Non stava prendendo cocaina, pensai. Immediatamente dopo mi chiesi perché diavolo avrebbe dovuto importarmi se lo stesse facendo. Poi mi divenne molto chiaro che avevo bisogno di allontanarmi da lui il più presto possibile.
"Devo chiederti di venire al punto, Holmes" dichiarai controllando l'ora sul mio orologio da taschino "Gli avvenimenti degli scorsi anni hanno fatto il loro danno e il mio ambulatorio non è più quello che era una volta. Odierei perdere un altro paziente, se non altro perché avrei assoluto bisogno del suo pagamento. Non ho potuto rinfrescare la facciata dell'edificio da ben due anni, e il mio studio sta cominciando a somigliare all'ingresso secondario del magazzino di un commerciante. Riguardo a questi continui telegrammi…"
"Non ti devi preoccupare dei tuoi pazienti o del tuo ambulatorio. Puoi vivere qui" la sua voce era stridula e deliberatamente allegra, era la voce di un uomo che sa fin troppo bene che la sua proposta sta per essere rifiutata. "Questo risolverebbe due dei tuoi problemi, mio caro amico, perché le tue preoccupazioni finanziarie finirebbero così come i telegrammi. Se rimani a vivere dove sei queste due piaghe torneranno senza dubbio a tormentarti".
Mi alzai per uscire ma lui mi mise in mano uno dei due bicchieri che aveva riempito di nuovo. Era intollerabile, pensai mentre cercavo una risposta per la sua mostruosa richiesta "Giusto per sapere, perché non mi dici una sola ragione per cui io potrei anche lontanamente voler tornare ad abitare in questo appartamento?"
Si strinse nelle spalle e sorseggiò il suo liquore. "Ti amo. Questa è una ragione".
Risi così forte alla sua frase che qualche goccia di whisky schizzò fuori dal mio bicchiere andando a finire sul tappeto di pelle d'orso. "Scusami, Holmes" dissi posando il bicchiere "Non ce l'ho col tuo tappeto, ma tutto ciò è estremamente divertente".
"Perché?" mi chiese.
"Perché tu non mi ami. Tu ti servi di me".
"Quindi è questo?" domandò cordialmente, anche se potei vedere dalla tensione sulle sue tempie che stava facendo fatica a rimanere tranquillo "Non posso negare che tu sia una persona molto utile".
"Sì, ho molte funzioni per te. Mi utilizzi per la pubblicità, per supporto, come informatore…"
"Piacere fisico, compagnia, una seconda opinione, una ragione di vita…" finì con un po' di asprezza.
"Molto affascinante, anche se non è per niente l'ultima voce sulla lista. Che ne dici delle mie capacità di elogiatore?".
Io non sono un uomo duro sebbene abbia visto molti pericoli e molto dolore nella mia vita. Non sono capace di smembrare un uomo con le parole come se fossero affilate come un coltello nel modo in cui riusciva a farlo Holmes. Dirò, comunque, che quando posi quella domanda retorica le parole si formarono dentro di me magicamente e lo colpirono in pieno nello stomaco con la violenza di una folata di vento improvvisa.
Spinsi nell'angolo più lontano della mia testa il fatto che una volta avrei dato tutto quello che possedevo per sentire Holmes riferirsi a me come a una ragione per cui vivere.
"Ti ho già detto" protestò con veemenza "che era l'unico modo. L'unico modo, Watson. Dovevi per forza scriverlo. Sei un uomo molto intelligente, e spesso mi hai accordato lo stesso complimento. Non hai immaginato che quando ti ho parlato dell'unico modo mi sarei potuto riferire a uno fra tre modi? Uno fra sette? Hai idea di quello che la parola in sé implichi? Forse se avessi detto che era il solo modo o l'esclusiva direzione ti sarebbe stato più chiaro. Mio caro amico, sei andato fuori di testa? Pensi che mi sia divertito? Restare bloccato in mezzo a quelle maledette pietre mentre il mio…"
"Basta" ringhiai "adesso basta"
"Voglio dire che…"
"No, non è affatto quello che vuoi dire" stavo combattendo un irrefrenabile desiderio di metterlo al tappeto ma sapevo che tale pensiero avrebbe avuto vita breve dentro di me. "È impossibile che una persona che abbia falsificato la sua stessa morte davanti a un'altra persona possa mai aver amato quella stessa persona, e io sarei più che felice di combattere contro di te se dovessi anche solo suggerirlo probabile".
"Sto cominciando a chiedermi se la tua comprensione della lingua inglese sia abbastanza all'altezza di una seconda carriera come biografo professionista" replicò duramente in risposta. "Prima mostri un'orgogliosa ignoranza del significato della parola unico e adesso lo stai facendo con il termine impossibile, decisamente in modo ignobile aggiungerei. Ti ho convinto della mia morte e ti amo. Dunque non esiste nessuna impossibilità che questi eventi siano…"
"Me ne vado" dissi disperatamente "me ne vado ora".
"Perché diavolo vorresti andartene nel bel mezzo di una così brillante discussione semantica?"
Lo guardai dritto negli occhi. "Non ho nessuna intenzione di vederti mai più".
La prese meglio di quanto avrebbe fatto il giorno che catturammo insieme il Colonnello Moran. Mi chiesi brevemente se le parole avessero realmente potuto uccidere, e se avessero potuto farlo, avrebbero ucciso un uomo che avrebbe già dovuto essere morto? Questa volta si limitò a scuotere la testa leggermente.
"È un'affermazione che non ho nessuna intenzione di accettare"
"Per l'amor di… perché no?!" gridai, quasi del tutto impazzito per la frustrazione di sentirmi diviso fra voler rendere evidente la mia dichiarazione e quella di lasciarla cadere come un pensiero irrilevante. "Dio del cielo, Holmes, perché no? È perfettamente vero".
"Non è vero affatto".
A quel punto avevo sollevato una mano e l'agitavo nell'aria in una silenziosa protesta verso gli Dei che avevano anche solo permesso che una simile creatura venisse al mondo "Tu sei la persona più arrogante, testarda e ossessiva che abbia mai incontrato. Hai veramente la presunzione di pretendere di conoscere i miei pensieri meglio di me?"
"Be', certo. Presto loro molta più attenzione di quanto non faccia tu stesso"
"Mi meraviglio anche solo di come possa aver mai deciso di dividere un appartamento con te"
"Ciò nondimeno, storicamente parlando, lo hai fatto. E il pietoso risultato di questo evento giace innanzi a te" recitò con sarcasmo.
"Credimi, se esistesse un modo per cambiare quello che…"
"Penso che faresti meglio a baciarmi"
Questo era troppo per me, e per stemperare l'imbarazzo lanciai il mio bicchiere nel camino, dove si frantumò con uno schianto molto soddisfacente.
"Perché dovrei intraprendere un'azione tanto insensata?" chiesi più calmo. Lui si mosse avvicinandosi di diversi passi alla mia posizione finché il suo naso non fu all'altezza delle mie sopracciglia.
"Non osare toccarmi" sussurrai ferocemente, ma con mia sorpresa si fermò e rimase immobile.
"Ti voglio fare una proposta" disse in un mormorio breve e preciso, i suoi occhi brillavano. "Se sarai in grado di baciarmi per la prima volta in oltre tre anni, guardarmi in faccia e continuare a dire che io non ti amo, smetterò di mandarti telegrammi. Cosa farò per quanto riguarda lettere e pacchetti è un'altra faccenda, per non dire di fattorini incaricati. Ma i telegrammi apparterranno al passato".
"Sei fuori di testa" il suo intero corpo vibrava di tutti gli impulsi che stava sopprimendo. Lo odiavo più di qualunque altro uomo avessi mai odiato in tutta la mia vita, incluso il defunto Professor Moriarty. Eppure lo desideravo ancora tremendamente. Non si era rasato, perché io non avevo preannunciato la mia visita, e l'ombra della barba sfatta non faceva che rendere ancora più pronunciata la forza della sua mascella così virile.
"Sì, senza dubbio sono fuori di testa" convenne con un piccolo sorriso "e non mi arrischierò a dirti perché sono fuori di testa: non ho nessuna intenzione di rischiare di perdere altri pezzi di cristalleria. Accetti i miei termini?"
"I tuoi termini sono una ridicola farsa intesa alla mia derisione" c'era ancora un tremore furioso nella mia voce che mi risultava impossibile nascondere.
"Quando mai mi hai visto imbarcarmi in una farsa che mancasse di un qualche valore pratico?"
Aveva ragione, anche se mi sarei fatto tagliare una mano piuttosto che ammetterlo. "E cosa ti aspetti di guadagnarci se perdo"
"Niente" disse alzando le mani con fare difensivo. Eravamo così vicini che sfiorarono entrambe il mio gilet nel muoversi. "Queste sono le mie condizioni. Tu vinci la cessazione dei telegrammi e io non vinco niente"
"E tutto quello che dovrei fare sarebbe baciarti, per quanto lo trovi terribile, e poi ribadire che tu non mi ami?"
Annuì. "Assurdamente semplice, non trovi?"
"Con la bocca aperta o chiusa?"
I suoi occhi guizzarono di divertimento a questa mia domanda. "Be', forse dovremmo cominciare con la seconda opzione e spostarci alla prima sempre che per te non sia troppo orribile".
Considerai la sua offerta un'altra volta. Riflettendoci era stato folle considerarla. Eppure, dopo un'ulteriore riflessione, pensai che fosse stato folle anche solo trovarmi in Baker Street con il sole del mattino che illuminava lo scrittoio, la poltrona di vimini, la mensola del camino, il violino…
"Ebbene?" chiese Holmes tranquillamente.
Sarebbe stata una cosa magnifica, pensai con determinazione, sarebbe stata una cosa profondamente soddisfacente e confortante provare a me stesso di non avere più bisogno di lui.
"Fa' del tuo peggio" dissi alla fine e chiusi gli occhi.
Mi sarei aspettato la sua bocca sulla mia un istante dopo. Invece sentii una mano tremante alla base del mio collo e un'altra che tracciava il contorno del mio viso delicatamente, con il dorso delle dita. Le stesse dita che alla fine ruotarono fino a una delle mie guance, avvolgendola nel palmo mentre uno dei suoi pollici correva sulle mie labbra come in una lenta tortura. Inclinò la mia testa posizionandola ad un'angolazione che ricordavo fin troppo bene e che mi riempì di doloroso desiderio. Poi mi baciò.
Non esistono parole per descrivere cosa si prova a baciare qualcuno con cui si è così disperatamente intimi. Il mio cuore accelerò nello spazio di un secondo mentre avevo addirittura permesso al suo corpo di curvarsi sul mio. Poi in un terribile sprazzo di razionalità mi accorsi che non solo le nostre bocche erano aperte, ma che io stavo baciando Holmes a mia volta. Ero già fin troppo conscio di quello che sarebbe successo se quel bacio fosse durato anche un momento di più, ma improvvisamente udii dei passi sulle scale.
Sia Holmes che io possedevamo ancora, grazie all'abitudine e persino dopo anni di inattività, un accuratissimo senso di quanto lontano, e in quanto tempo, avessimo potuto allontanarci l'uno dall'altro quando il tipico rumore dei passi di un cliente annunciava un visitatore nelle immediate vicinanze della rampa di scale che portava alle nostre stanze di Baker Street (la stessa rampa di scale il cui numero di gradini Holmes si era una volta premurato di contare, soprattutto per il bene della nostra privacy, ma anche per mio puro divertimento). Siamo comunque sempre stati salvati da una bussata alla porta. Non ho la più pallida idea di chi ruppe il bacio per primo, ma non ci eravamo allontanati l'uno dall'altro più di qualche passo che un giovane dai capelli biondi entrò nel salottino di Holmes, ansimando e guardandoci da in piedi davanti alla porta.
"Sono l'infelice John Hector McFarlane" dichiarò disperato.
"Lo è di certo" rispose Holmes con freddezza, appariva perfettamente calmo tranne che per il leggero colorito di cui si erano tinti i suoi zigomi prominenti. "Tuttavia se lei sia infelice nella vita o infelice solamente in questioni di tempismo o di etichetta quando si tratta di entrare da porte chiuse, non sarei in grado di dirlo".
A quel punto il ragazzo riconobbe il suo errore "Mi dispiace, signor Holmes" si scusò. E la sua era veramente una vista pietosa. Se ne stava lì, tremate da capo a piedi a dispetto del calore accogliente della stanza. "Ma sto diventando matto".
"Bene, allora è venuto nel posto giusto" sospirò Holmes. "Questo è un ricettacolo di quasi matti, in effetti. Prenda una sigaretta e poi ci dica molto tranquillamente e con chiarezza chi è lei, perché tranne l'ovvio fatto che è scapolo, procuratore legale, Massone e che soffre d'asma, io di lei non so un bel niente".
Il suo nuovo cliente, perché sapevo non potesse essere altrimenti detto, stava in piedi a bocca aperta e guardava Holmes con grande stupore. In quel momento il mio cuore soffrì per quel povero sventurato.
"Non è niente di particolare" dissi asciutto "Sta traendo conclusioni basandosi sulla generale trasandatezza del suo aspetto, sul ciondolo del suo orologio, i documenti legali che ha in mano e il suo respiro affannoso. In ogni caso, le assicuro, che malgrado le sue inclinazioni alla teatralità spiccia, è un investigatore ammirevole. Auguro a tutti e due tutta la fortuna di questo mondo. Adesso vogliate scusarmi…"
"Lei è il dottor Watson, non è così?" domandò l'infelice signor McFarlane. "Non potrebbe rimanere e assistere a quello che ho da dire? Significherebbe molto per me. Per l'amor di Dio, signori, non abbandonatemi! Se arrivasse la Polizia per arrestarmi prima che abbia potuto terminare la mia storia pregateli di darmi tempo, così che possa dirvi l'intera verità".
"Arrestarla?" esclamò Holmes. "Con quale accusa?"
"Con l'accusa di aver assassinato il signor Jonas Oldacre di Lower Norwood. Mi dovete ascoltare, signori, perché le prove contro di me sono talmente singolari che temo davvero sarei perso senza il vostro aiuto".
Confesso di essermi sentito toccato dall'appello del giovane, e dalla sincerità con la quale l'aveva pronunciato. Tuttavia, ero sprofondato in una confusione anche maggiore di quella di cui ero stato preda in precedenza, e il pensiero di rimanere in Baker Street un istante di più francamente mi terrorizzava. In quell'esatto momento fummo interrotti da alcuni colpi alla porta.
Non vedevo il nostro vecchio amico Lestrade dalla notte in cui avevo accettato di partecipare alla cattura del Colonnello Moran, una decisione che non avevo affatto preso per l'entusiasmo di cui Holmes sembrava essere pervaso, ma più perché ero conscio di quanto il Colonnello Moran fosse pericoloso, e qualsiasi fossero i miei sentimenti verso Sherlock Holmes, non avevo nessun desiderio di vederlo morire due volte nel giro di tre anni. La nostra trappola era scattata, Holmes era preoccupato e io silenzioso come una tomba, e Lestrade aveva finito col portar via a forza il prigioniero nel suo solito modo, condannandolo mentalmente ad una o due accuse banali e precedendo di poco la mia laconica uscita di scena.
Era sempre di colorito giallastro, azzimato e dai lineamenti affilati come al solito, e vederlo nel salottino di Holmes non fece niente per lenire la mia sensazione di stare affogando in un pozzo di amara nostalgia.
"Dottor Watson!" esclamò. "Non mi aspettavo di… voglio dire, è un piacere vederla. Come sta, signor Holmes?" aggiunse, poi si schiarì la gola bruscamente. "Il signor John Hector McFarlane? Lei è in arresto per l'omicidio volontario del signor Jonas Oldacre di Lower Norwood".
Fu terribile vedere il cedimento sull'espressione del signor McFarlane, nonostante sapesse che il colpo sarebbe arrivato più facilmente prima rispetto che dopo. Holmes alzò una mano.
"Le chiedo scusa, Lestrade, ma il signor McFarlane si è raccomandato nella più categorica delle maniere che io e il dottor Watson ascoltassimo la sua versione dell'accaduto".
"Io me ne stavo giusto andando" affermai mentre raccoglievo le mie cose. Holmes mosse un passo come per seguirmi ma poi si fermò.
"Il tuo aiuto potrebbe essere decisivo per chiarire le cose".
"Penso che non avrai nessun problema a farlo da solo. Il signor McFarlane è qui per vedere il signor Sherlock Holmes, e il fatto che io sia o non sia presente farà ben poca differenza per lui" dissi a nessuno in particolare.
"Al signor McFarlane sarà senza dubbio di gran beneficio avere un paio di orecchie comprensive in più pronte ad ascoltarlo, soprattutto in mezzo a tutti questi rappresentanti della legge. Con il suo permesso, Ispettore, ascolteremo tutti la sua spiegazione e poi lei potrà portarlo con sé a Scotland Yard. Andiamo, Lestrade, converrà con me che sarebbe in vero insensibile da parte nostra rifiutare la sua richiesta, e poi mezz'ora non potrà in ogni caso fare alcuna differenza per lei".
Lestrade guardò verso di me mentre facevo del mio meglio per non apparire agitato o esasperato, poi guardò Holmes, il cui viso era completamente indecifrabile, e l'espressione dell'Ispettore si ammorbidì un poco. Diede un'occhiata casuale al suo orologio.
"Vi concedo mezz'ora".

-«oOo»-

Quando alla fine girai la chiave nella serratura della mia porta d'ingresso e misi piede nel corridoio, arredato con gusto anche se in modo austero, dello stabile che mi faceva da casa e ambulatorio, rimasi fermo nel mezzo del tappeto senza la benché minima idea di quello che avrei fatto di me stesso. È possibile che ci rimasi per dieci minuti, con gli avvenimenti della giornata a rincorrersi l'un l'altro nella mia mente come cani da caccia. Avevo ascoltato la disgraziata storia di McFarlane che era stata, come avrebbe detto Holmes, non del tutto priva di punti d'interesse. Poi ero fuggito, rifiutando l'invito di Holmes ad accompagnarlo a Blackheath con educazione se non con calore in presenza degli agenti di Scotland Yard. E trovarmi a casa, e di nuovo solo, fu ben più sorprendente di quanto mi fossi potuto aspettare.
Mi diressi verso il mio studio e mi sedetti alla scrivania poggiando la testa sul piano. Desiderai, con tutta la fervente volontà che ci colpisce quando meno ce lo si aspetta, che Mary potesse essere qui e parlare con me. Holmes aveva acconsentito, in quel suo supremamente logico modo di essere, al fatto che mi sposassi. E credeva che ciò sarebbe stato meglio per tutti. Se fossi stato pazzamente innamorato di mia moglie senza dubbio lui avrebbe messo in atto delle piccole catastrofi naturali, ma sapeva benissimo quale fosse il mio reale campo d'interesse. Mary era stata per me la migliore delle amiche, gentile, attraente e profondamente comprensiva. Molto più tagliata per la vita domestica che per quella dell'amante, e lui non la temeva. Gli bastava guardarmi in faccia ogni volta che lui entrava nella stessa stanza dov'ero io per sapere chi monopolizzava la mia attenzione.
Ero sprofondato in un tale abisso di disperazione alla supposta morte di Holmes che anche la presenza di Mary aveva fatto poca differenza, non importava quanto bene le volessi e quanto duramente sarei stato capace di lottare per lei. C'è un'enorme differenza fra un uomo in piedi sulla terra ferma e un uomo che affoga in un lago. C'è una sottile differenza invece fra un uomo che affoga in un lago e uno che affoga nell'oceano, perché l'effetto è lo stesso.
Credo di essermi addormentato lì, con la testa appoggiata al braccio, e di essermi svegliato al suono del campanello alla porta. Sapevo che doveva essere il mio primo cliente, quindi mi alzai con fatica. Il mio cliente… Holmes aveva insistito nel dire che McFarlane fosse il nostro cliente, non il suo. Aveva fatto così per molti anni. Desiderava condividere tutto con me, come aveva sempre fatto prima del nostro viaggio in Svizzera. E mi aveva baciato come non ero mai stato baciato in vita mia, nemmeno da lui.
Non potevo pensarci senza sentire la solita vecchia stretta all'altezza del petto. Holmes aveva inscenato la sua morte perché io ne scrivessi la storia. Ci sono crimini più gravi persino degli omicidi. Localizzai la mia borsa medica e cercai brevemente, prima che il mio paziente entrasse in studio, di calmare il tremore che ancora scuoteva le mie mani.

-«oOo»-

La mattina dopo mi svegliai a quello che immaginai dovesse essere il rumore dei ragazzini che spazzavano le strade, anche se non era affatto l'ora di quell'attività e il suono era molto più forte. Quando mi decisi a scendere dalla mia camera da letto al primo piano trovai che la governante, con un'espressione compiaciuta sulla faccia, stava sorvegliando un operaio occupato a imbiancare la facciata del mio palazzo.
"Signora Garrison" dissi "cosa diamine sta succedendo? È stata lei ad aprire a questo tizio?".
"Oh sì, dottore" mi rispose con un sorriso "lei stava ancora dormendo, quindi quando loro mi hanno spiegato per quale motivo fossero qui li ho lasciati cominciare"
"Loro?"
"Be', sì" disse perplessa "Sono stati assunti per rinfrescare la facciata, signore. Non ha dato lei l'ordine?"
"No" sospirai "ma non si preoccupi, signora Garrison, so chi lo ha fatto. Immagino che stiano pulendo i mattoni, aggiustando la crepa sul davanzale, questo genere di cose?"
"Sì, dottore. E stanno facendo anche un buon lavoro. E quando avranno finito con mattoni e davanzali hanno detto che intendono sostituire le parti in ferro delle scalette d'ingresso perché i corrimano iniziano ad essere abbastanza vecchi e si stanno arrugginendo. E guardi, ecco la nuova placchetta in ottone per il numero civico. È molto elegante, signore. Ha fatto una buona scelta".
Osservando quella placchetta così ben tornita tentai di arrabbiarmi. Ottenni solamente una sorta di irritata rassegnazione.
"Sarò nel mio ufficio, signora Garrison. Potrebbe farmi portare là la mia colazione, per piacere? Molte grazie".
Stavo sfogliando il libro degli appuntamenti della giornata da non più di dieci minuti quando la cameriera, Sally, arrivò con la mia colazione su un vassoio.
"Grazie, mia cara"
"Dottore, la signora Garrison mi ha chiesto di dirle che il nuovo tappeto per l'ingresso è appena arrivato" gli occhi blu della ragazza brillavano dell'eccitazione che tutto quel movimento le provocava "i facchini desiderano sapere se preferisca tenere quello vecchio o se invece se lo possano portare via loro".
La guardai con tanto d'occhi per un momento, poi mi ripresi. "Be', Sally, suppongo che dovremmo essere generosi con i nostri bravi facchini. Che lo prendano pure"
"Sì, grazie signore. E c'è un messaggio per lei, signore"
"Un telegramma?"
"No, signore. Un biglietto. È stato consegnato a mano da un altro fattorino" Me lo porse e uscì con grazia dalla stanza.
Spiegai il messaggio con cautela perché la fluida e spigolosa grafia mi era ben più che familiare. Era scritto sulla carta del blocchetto di Holmes e diceva:
Mio caro amico, quando avrai finito con i tuoi appuntamenti, posso suggerirti di unirti a me a Norwood? Il caso è contro il nostro cliente e, anche se vedo della luce fendere l'oscurità, ho bisogno del tuo aiuto. Il mio istinto va da una parte mentre i fatti vanno dall'altra. Se venissi lo considererei un gran favore, e così anche il signor McFarlane, non ho dubbi.
Tuo,
Sherlock Holmes
Strappai il foglio in lunghe strisce che prontamente gettai nel cestino. Mi presi un'abbondante mezz'ora per sbrigare il resto del lavoro e della corrispondenza, finii le mie uova, rimisi le mie lettere nelle loro rispettive buste e sbattei il palmo della mano sulla scrivania con impazienza. Cancellai tutti gli appuntamenti e partii per Lower Norwood nel delicato bagliore del sole mattutino.

-«oOo»-

Trovai l'ispettore Lestrade sulla scena del crimine, in piedi nell'ingresso. Un'espressione di piacevole sorpresa balenò sul suo viso affilato quando posò gli occhi su di me, finì velocemente di dare disposizioni ai due agenti presenti che infine si avviarono con aria indaffarata verso il giardino sul retro della casa.
"Benvenuto a Deep Dane House, dottor Watson" Lestrade mi sorrise "immagino lei voglia sapere dove si trovi il signor Holmes".
"È un piacere vederla, Lestrade. Ebbene, lui dov'è?" risposi forse senza tutto l'entusiasmo che il buon ispettore si sarebbe aspettato.
"Be'" disse l'omino pensieroso, in quel suo modo didattico "in quest'ultima ora ha perso tempo gironzolando per il prato a quattro zampe. Non ho problemi a dirglielo, dottore: questa volta il signor Holmes ha preso un granchio. I fatti non potrebbero essere più chiari di così. Se non lo conoscessi bene, direi che sta investigando per pura testardaggine".
"Sherlock Holmes è di certo uno degli individui più testardi di questo mondo. Avrei dovuto saperlo" sospirai. "Come sta procedendo il suo caso, ispettore?".
"Non potrebbe andare meglio" disse scrollando le spalle. Il gesto era per due terzi zelo e per un terzo un tentativo di umiltà, e mi stupii nello scoprire che mi faceva davvero piacere sentirli ancora entrambi. "Abbiamo in mano tutte le prove che potessimo sperare. Ben più di questo, in effetti, e la cosa accade abbastanza di rado. Ma venga con me, la porto dal signor Holmes. Come sta, dottor Watson? La abbiamo vista poco in giro ultimamente".
"Sono stato estremamente occupato, professionalmente parlando" risposi mentre uscivamo dalla casa. C'era un luccichio inquisitorio negli occhi castano chiaro dell'ispettore, una luce che non vi vedevo spesso. Ma annuì affabilmente.
"Sono felice di sentirlo. Signor Holmes, se mi volesse fare la cortesia di lasciare le prove intatte gliene sarei grato" aggiunse con foga.
Sherlock Holmes, il volto illuminato dal sole, si era tolto la giacca di tweed e stava in piedi in mezzo a pile di legno bruciato con le maniche arrotolate mentre si aggirava fra le braci carbonizzate. Non diede al suo amico di Scotland Yard la soddisfazione di alzare gli occhi.
"Lestrade, lei sta parlando di residui, qualsiasi cosa essi fossero prima, e questi residui sono stati raccolti e buttati su quella pila di legna. Non sto facendo nessun male alle sue prove. Non abbiamo a che fare con schizzi di sangue o traiettorie di proiettili"
"Per tutti i…" mugugnò l'ispettore. Ma proprio in quel momento un agente gli si avvicinò con una domanda e i due si allontanarono lungo il lato della casa per discutere non si capiva bene cosa.
Mi schiarii la gola. "E allora con che cosa abbiamo a che fare?".
Gli occhi di Holmes guizzarono a incontrare i miei, erano sorpresi e gioiosi. E qualsiasi cosa stesse tenendo in mano gli cadde di nuovo nella cenere.
"Il dottor John Watson" disse mentre un sorriso si faceva largo nei suoi tratti spigolosi "Sulla mia vita! Voglio dire… perdonami mio caro amico, infelice scelta di termini" si corresse frettolosamente. "Intendevo dire… tu sei qui, il che è un'osservazione imperdonabilmente ovvia, eppure decisamente sorprendente…".
Lo interruppi non tanto perché desiderassi venirgli in aiuto, quanto perché non l'avevo mai visto così in difficoltà. Non avevo la minima idea di cosa ci facessi ancora una volta vicino a lui e il suo turbamento era troppo attraente perché potessi lasciarlo continuare.
"Il signor McFarlane ha strappato a entrambi la promessa che avremmo fatto tutto quello che avessimo potuto" dissi con freddezza "quindi ora, se non ti dispiace dirmi cosa posso fare a patto che non sia oltre le mie possibilità…"
"Certamente" disse, ma non aveva ancora recuperato il suo solito distacco. In effetti mi stava fissando con uno sguardo così evidentemente carico di affetto che fui felice gli agenti di Scotland Yard non fossero nei paraggi "se ti va potresti dare un'occhiata ai documenti della vittima, te ne sarei grato. Io sono in un tale stato da non poter iniziare un lavoro del genere" mormorò guardandosi le braccia imbrattate di cenere. Poi aggiunse "Naturalmente non sei obbligato a farlo se non sei qui per lavorare al caso" e il suo tono era magistralmente architettato per sembrare indifferente.
"Che assurdità. Sono qui per essere d'aiuto, è la mia particolare abilità di questa esistenza" ribattei. Intendevo pronunciare la frase con ironia, invece mi era uscita tagliente. Il viso di Holmes si rabbuiò ancora di più. "Sarò all'interno fino a che non avrò finito o tu avrai bisogno di un mio rapporto".
Girai i tacchi e corsi dietro all'ispettore Lestrade sul lato della casa.
"Dove teneva le sue carte il signor Oldacre?" gli chiesi senza fiato.
"Entri dalla porta di servizio, poi prenda la seconda porta alla sua sinistra" mi rispose guardandomi con decisamente troppa attenzione. Mi chiesi brevemente cosa avesse sentito. Non mi preoccupavo di quello che una terza persona avrebbe potuto origliare da quando Sherlock Holmes era morto, pensai con una stretta al cuore.
"Grazie" dissi e scappai dal giardino come se esso fosse popolato da un assortimento completo di bestie carnivore invece che dal più famoso consulente investigativo di Londra.
Sebbene lo studio della vittima fosse piccolo, era confortevole, e la stanza vantava una finestra dalla quale potevo intravedere i pini che crescevano sul limitare del prato. Per mia fortuna, le carte che Holmes mi aveva chiesto di esaminare erano di natura finanziaria e per questo egualmente comprensibili da un medico come da un esperto criminologo. Ci stavo lavorando da due ore, Holmes in giro a investigare chissà dove, quando attaccai l'ultima delle scatole. Una leggera bussata alla porta mi interruppe e alzai gli occhi per vedere Lestrade avvicinarsi alla scrivania dove stavo faticando sulle cifre, un'espressione pensierosa sulla sua faccia da roditore. Senza preamboli si sedette sulla sedia di fronte alla mia e si intrecciò le dita in grembo.
"Non le sembra di essere stato un po' duro con lui, dottore?".
Era in fede mia l'ultima delle domande che mi sarei aspettato uscisse dalla bocca dell'ispettore Lestrade, e in onore dell'enormità dell'evento lasciai cadere quello che avevo in mano per fissarlo con un disagio interdetto.
"Non ho idea di quello che lei stia dicendo" risposi.
Si limitò a stringersi nelle spalle "Potrei essere io ad aver capito male, dottor Watson, e se così fosse non esiterei ad ammetterlo. Se sto ficcando il naso dove non devo, lei non deve far altro che dirmelo. Le assicuro che non intendevo offenderla".
"Non mi ha offeso" risposi, ma l'ispettore non aveva finito.
"I fatti rimangono, tuttavia. Sembra chiaro che lei e il signor Holmes non stiate andando molto d'accordo dalla sua riapparizione… inaspettata. Ma potrei sbagliarmi".
Mentre mi guardava realizzai che non ero capace di mentire a Lestrade né mi sentivo incline a farlo. Senza pensare di portare la conversazione in un'altra direzione, mi appoggiai stancamente con il mento alla mano.
"Non si sbaglia".
"Le creerebbe dei problemi se le facessi una domanda personale, dottore?"
"Questo dipenderebbe in gran misura da quale fosse questa domanda".
Ridacchiò alla mia battuta e scosse la testa. "No, no dottor Watson. Volevo solo chiederle se fosse arrabbiato con il signor Holmes per l'ovvia ragione o per qualche altra ragione".
Non riuscii a pensare a niente che fosse imprudente in quello che Lestrade voleva sapere "È l'ovvia ragione, se per ovvia ragione intende che ha fatto finta di essere morto per tre anni".
Il piccolo ispettore annuì saggiamente, come se molta gente fingesse di essere morta per lunghi periodi di tempo. "Per lei è stato più difficile di certo" disse piano. "Tutti noi ne siamo stati afflitti, non mi fraintenda, ma lei lavorava vicino al signor Holmes come nessun agente di Scotland Yard ha mai fatto. Un colpo terribile, l'ho sempre detto, ma per lei… deve essere stato mostruoso, dottore. Penso che nemmeno il fratello del signor Holmes ne fosse rimasto così sconvolto. Aver vissuto per tre anni immaginandolo morto deve di certo averla…"
"Non l'ho immaginato morto per tre anni" dissi piano e con voce roca, poi lasciai che la mia mano andasse a coprirmi gli occhi.
"No?" chiese Lestrade. Mi guardò con una comprensione che adesso sconfinava nella curiosità. "Credo di non capire quello che intende dire, dottor Watson. Certamente noi tutti speravamo che fosse vivo…"
"Io sapevo che fosse vivo" dissi, aspettandomi che i miei occhi si appannassero come ogni volta che ci ripensavo. Con mio sollievo c'era solamente un tono lugubre nella mia voce "L'ho creduto morto per due settimane, fino ai funerali qui a Londra. Dopo lo seppi. Lo so da allora".
Lestrade adesso mi stava fissando sbigottito. "Glielo ha detto lui? Le ha mandato una lettera o…"
"Suo fratello" non riuscivo a riconoscere la voce che stava parlando, perché non era la mia. Suonava come la voce di un fantasma. "Suo fratello me lo ha detto. Dopo il funerale".
"Dio del cielo" sussurrò Lestrade "Quindi per tutto questo tempo lui pensava che noi lo credessimo morto e invece lei sapeva che lui…"
"Sì, lo sapevo"
"Dottor Watson, credo che questa sia una delle cose peggiori che abbia mai sentito"
"È di certo una delle cose peggiori che io abbia mai vissuto".
Socchiuse gli occhi. "Il signor Holmes sa che lei era al corrente della sua morte fittizia?"
"No di certo" risposi con un amaro entusiasmo costruito. "È convinto che i suoi piani si siano svolti in modo superbo come al solito"
"Non c'è da meravigliarsi che lei non sia tornato in Baker Street".
Quando gli lanciai un'occhiata atterrita, l'ispettore ebbe la decenza di abbassare gli occhi ai suoi stivali ripulendone uno da una piccola macchia di cenere e facendolo ritornare alla sua originale lucentezza immacolata. Poi esaminò con cura anche l'altro come per rassicurare se stesso sul fatto che fosse anch'esso pulito. Quando tornò a guardarmi avevo fatto in tempo a recuperare gran parte del mio autocontrollo.
"Lestrade" dissi lentamente "devo chiederle cosa intendeva dire con…"
"No" disse l'ufficiale minuto con fermezza "non deve. Io sono, come lei ben sa, un ispettore di Scotland Yard. E ormai potrebbe anche aver capito che sono entrato in Polizia nel tentativo di fare qualcosa di buono. E rimane questo il mio obiettivo. Alla luce di questo, dunque, le garantisco che non deve chiedermi di spiegarle cosa intendessi".
Fu questa affermazione e non l'aver narrato dei miei momenti dolorosi a far spuntare nei miei occhi un principio di lacrime. Inspirai a fondo e cercai di riportare me stesso alla normalità.
"Adesso avrebbe ben poca importanza" cominciai, ma Lestrade mi interruppe all'improvviso.
"Deve chiedergli di parlarle di Moran"
"Come scusi?" chiesi, già confuso.
"Dottor Watson" disse dolcemente, tutta la sua impazienza e la sua avarizia erano come sparite dal suo viso "lei è, come ho sempre pensato, un uomo ammirevole sotto ogni punto di vista. Il signor Holmes è sulla buona strada per impazzire e senza dubbio finirà i suoi giorni in una clinica psichiatrica. Ho solo una vaga idea del perché lei riesca a sopportarlo e nessuna sul perché riesca a farlo io. Comunque sia" continuò con calma "lei ed io siamo entrambi uomini ragionevolmente intelligenti, anche se non sappiamo riconoscere a prima vista un uomo che lavora come venditore ambulante o a quale temperatura l'acqua salata produce effetti distruttivi sui denti falsi. Ci devono pur essere delle ragioni per cui gli concediamo la nostra compagnia. Se ne ricorda una o ha anche solo intenzione di ricordarla, deve chiedergli di parlarle del Colonnello Moran".
"Come fa a sapere queste cose?" domandai in modo ingrato "perché lei dovrebbe essere al corrente di qualcosa che Holmes mi ha deliberatamente tenuto nascosto? E se lo è, perché io dovrei abbassarmi a chiederlo a lui?"
Lestrade si alzò e andò verso la porta, la sua caratteristica natura impaziente infondeva un'inesplicabile umanità.
"Perché, come ricorderà, ho arrestato io stesso il Colonnello. A lei converrà essere messo a parte della situazione da un punto di vista che non sia il mio. Non mi è possibile divulgare l'informazione, ma le assicuro che merita di essere saputa. E debbo insistere: anche se quello che le dirà dovesse angosciarla, se tiene in una qualche considerazione il pazzo che attualmente scorrazza là fuori calpestando le mie prove, deve chiedergli del Colonnello Moran" finì. Poi Lestrade uscì chiudendo gentilmente la porta dietro di lui.

parte 2